Qualche anno fa, in un momento di folle ottimismo e fede cieca nell’umanità, decido di prenotare una vacanza in un villaggio “accessibile” in Toscana.
Accessibile.
Una parola che, col senno di poi, avrei dovuto far mettere per iscritto da un notaio, controfirmato da tre geometri e un esorcista.

Prima di cliccare “prenota”, telefono. Non una volta: tre.
Volevo certezze, conferme, rassicurazioni.
All’ultima chiamata, la receptionist mi dice la frase che avrebbe dovuto farmi scappare a nuoto fino alla Corsica:

“Guardi, siamo super attenti all’accessibilità. Sa che è venuto anche un ospite… col monociclo?”

E lì, nella mia ingenuità, ho pensato:
Che bello, inclusione!
Non:
Perché un uomo col monociclo dovrebbe essere il parametro per valutare una struttura accessibile?

Ma ormai ero lanciato. E quando io mi lancio, non c’è rampa che tenga.

LA PASSERELLA DEL TERRORE

Arrivo al porto col mio bolide: carrozzina elettrica, robusta, fedele, 120 chili di amicizia e spina dorsale (la sua, non la mia).
E subito mi trovo davanti il primo ostacolo: la passerella del traghetto.

Non una passerella.
Una pista nera di Cortina travestita da passerella.
In pendenza tale che il mio joystick, per protesta, ha iniziato a vibrare come un frullatore al massimo.

I due addetti mi guardano con la stessa espressione di chi sta cercando su Google “come sollevare un essere umano senza finire in tribunale”.

Alla fine siamo in tre: loro che spingono, io che cerco di non urlare “LASCIATEMI MORIRE QUI”, e la carrozzina che fischia come se stesse facendo il suo testamento.

Saliamo.
Sani, salvi, e con vari legamenti ricostruiti mentalmente.

Benvenuti in vacanza.