Parto già mezza sfasciata: imbottita di farmaci, pastiglie, spray e punture. Il mio corpo sembra un duty-free illegale. Mi dico: “Sono io l’anello debole della catena”.
Invece l’anello debole era ben nascosto, e aveva quasi 18 anni.
Giorno 1.
Tre ore di “tour serale”: traduzione simultanea → una camminata barcollante mentre cerco di non morire e di non inciampare sui sampietrini.
Riesco miracolosamente a vedere la Piazza dell’Orologio e pure il rintocco dell’ora, che è l’unica prova fotografica della nostra presenza a Praga. Poi collasso sul letto come un elefante sedato.
Giorno 2: il Giorno del Disonore.
È l’unica giornata piena, quella che doveva redimerci.
Invece Julian, quasi-maggiorenne, futuro uomo del mondo, si alza dal letto con lo stesso sguardo del protagonista dell’Esorcista prima della rotazione di 360°.
«Mi sento male», mormora.
E infatti due secondi dopo vomita con traiettoria orizzontale. Tipo idrante del Comune.
Io, che avevo cartucce mediche solo per me, esco alla ricerca della tachipirina praghese, che ovviamente si chiama in un modo impronunciabile e sta in una farmacia aperta “solo quando gli pare”.
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