Ritorno a casa, e trovo Julian in versione fontana rinascimentale.
Febbre altissima.
Io che lo imbottisco di farmaci, lo lavo (con i boxer, che almeno salvano un barlume di dignità familiare), pulisco vomito con paletta e scopetta come se stessi assistendo a un rituale voodoo.

Alle 14 qualcuno mi dà il cambio. Io esco finalmente per vedere la città:
risultato → un tour così inutile che Praga avrebbe potuto anche non esistere.
Maledico l’amica che aveva prenotato quella trappola per turisti con lo stesso odio con cui uno maledice l’inventore della sveglia.

Ritorno a casa, preparo una pseudo cena, Julian brucia come un termosifone al massimo. Lo imbocco, lo rimetto a letto.
Alle 22 rientrano gli altri, belli freschi, pieni di entusiasmo, e ci accorgiamo che abbiamo prenotato la macchina sbagliata per il giorno dopo: era per 4 passeggeri, noi siamo 5.
Cancelliamo. Riprogrammiamo. Smadonniamo.

Giorno 3, alias: L’Avvento dell’Apocalisse.
Ore 3:40.
Sveglia.
Vestizione.
Svestizione.
Ri-vestizione di Julian (che ormai è un manichino umano).
Fuori piove. Non abbiamo ombrelli.
Il taxi arriva e penso: “Ok, ci siamo. Il peggio è passato”.

Ah ah ah.

Atterraggio previsto a Pisa.
Il comandante annuncia: «Per maltempo… atterriamo a Genova».

Gli parte la risata malefica interiore, lo so.

Ci dicono di restare seduti perché “ripartiamo subito”.
Bugia.
Ci sbarcano come un esercito di profughi emotivi.
Arriva un messaggio: “Arriveranno autobus sostitutivi”.
Seconda bugia.