Lasciate che vi racconti uno di quei viaggi in cui la meta è splendida… ma il tragitto (nel mio caso: il tragitto subacqueo) è un’autentica tempesta con pinne e muta — perfetta per trasformarsi in un viaggio da Incubo: l’avventura al Silfra, in Þingvellir National Park, Islanda.

Mio marito lo desiderava da anni: “Mettiamoci la muta stagna, immergiamoci tra le placche continentali” — e io ero felice di accondiscendere. Del resto, Silfra è nota per l’acqua cristallina che filtra da decenni attraverso la lava e per la visibilità subacquea spettacolare.

Così, vestiti da veri esploratori polari, entriamo in acqua fra la placca nord-americana e quella eurasiatica. Fantastico.

Arriviamo al centro immersioni, vestiti di tutto punto come due astronauti in missione scientifica. La muta stagna è rigida, pesante, ti stringe ovunque e ti fa camminare come un Playmobil difettoso. Ma la guida ci sorride con quella calma scandinava che fa credere che tutto sia sotto controllo.

Entriamo in acqua. Fredda? No. Gelida. Più gelida del cuore di una persona che ti visualizza e non risponde. Talmente gelida che il cervello si rifiuta di processare l’informazione e manda un messaggio chiaro: “Questo non è possibile, torna subito indietro.”
Ma io volevo essere eroica. O idiota. Le due cose spesso coincidono.

Dopo i primi metri, però, qualcosa non va. Sento un piccolo rigagnolo freddo lungo la schiena. Un brivido. Forse la muta non era stata chiusa bene? O forse Silfra, con i suoi 2 gradi centigradi, aveva deciso di conoscermi più a fondo, letteralmente.

Mi avvicino alla guida, cerco di dirglielo, ma lui mi risponde con quel tono serafico e completamente fuori contesto:
“Un po’ d’acqua è normale. Mani e piedi si intorpidiscono sempre. È parte dell’esperienza.”
Parte dell’esperienza?
Certo, come il diabete è parte della torta alla crema, immagino.