Cerco di convincermi che abbia ragione, ma la sensazione peggiora. Le mani spariscono. I piedi pure. Le braccia diventano due tubi di PVC. La muta comincia a gonfiarsi come se dentro avessi un palloncino a elio che spinge in tutte le direzioni. Ogni movimento è complicato, il nuoto diventa lento, goffo, una specie di danza acquatica disperata.
E tutto mentre l’acqua entra sempre più veloce.
Mio marito, rilassato e beato, si gode la vista subacquea cristallina, mentre io inizio a sentirmi come il Titanic cinque minuti dopo l’impatto con l’iceberg.
L’unica differenza è che almeno il Titanic aveva un’orchestra. Io avevo solo un brontolio di disperazione.
Quando finalmente arriviamo alla fine del percorso, riemergiamo. Il vento artico ti colpisce in faccia come uno schiaffo dato da qualcuno che ti odia e lo fa anche gratis. Io provo a camminare, ma mi muovo come se fossi fatta di marmo. Ogni passo è un dialogo interiore:
“Muovi la gamba sinistra.”
“Quale gamba? Non le sento più.”
“Quella che dovrebbe stare lì, teoricamente.”
“Ah.”
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