Marzo 2020.

Io, studente italiano ventiduenne a Londra, con un corso breve programmato negli Stati Uniti. Due settimane di lezioni intensive, laboratorio, tutor, robe fighe. Dovevo solo “saltare” un attimo dall’altra parte dell’oceano e tornare sano, salvo e diplomato.
Invece ho finito per vivere una versione low-budget di Cast Away, senza però la parte rilassante dell’isola tropicale.

Giovedì mattina. Heathrow Terminal 5.
C’è l’aria tesa dei giorni in cui si capisce che qualcosa sta per andare malissimo, ma non sai ancora cosa. Io arrivo con la mia valigia blu, convinto di partire e ritrovarmi a bere un caffè a Chicago nel giro di 10 ore.

Peccato che:

– metà Londra stia fuggendo da Londra,
– l’altra metà sia in fila per comprare voli a prezzi illegali,
– e l’altra metà ancora (non chiedermi come) stia litigando ai banchi del check-in.

Inizio la mia personale trilogia dell’attesa:
Giovedì → Venerdì → Sabato (fino al tardo pomeriggio).

Dormo ovunque: sulle sedie, sullo zaino, su un cappotto, sulla mia dignità.
Mangio roba di Pret-a-Manger finché non divento io stesso un sandwich all’avocado.
Controllo l’app della compagnia aerea compulsivamente come un adolescente su TikTok.

Quando, sabato sera, vedo il mio nome illuminarsi su un tabellone come una chiamata divina, quasi piango.

Salgo sull’aereo.
Mi sistemo.
Respiro.
E penso: “Se siamo decollati, ormai non ci possono più fermare.”

Che ingenuo.

A metà Atlantico, l’aereo fa una brusca deviazione.
Il capitano parla con la stessa calma di un medico che ti dice che hai un’unghia incarnita ma in realtà mancano dieci minuti all’apocalisse.

“Ladies and gentlemen, per emergenza medica atterriamo a Halifax.”