HALIFAX.
Che non è negli Stati Uniti.
E non è Chicago.
E non è neanche vicino.
È Canada. Freddo. Buio. Emotivamente provante.

Ci dicono che passeremo la notte lì.
Quindi, per ricapitolare: ero partito per gli USA, ma sto dormendo in una stanza d’albergo canadese alle tre del mattino perché qualcuno volava con problemi di salute.
Avrei potuto prendere questo come segno dell’universo per tornare a casa.
Non l’ho fatto.
Io sono testardo.

La domenica mattina vado al gate per imbarcarmi di nuovo.
È fatta, penso. No.

Il volo è in overbooking.
E indovina chi viene “gentilmente” invitato a prendere un volo successivo?
Io.

A quel punto non ero più uno studente Erasmus: ero un reduce.

Lunedì riesco finalmente a salire su un aereo per Chicago.
Atterro.
Sorrido.
Mi reputo salvo.

E invece… la coda all’immigrazione sembra la fila di un concerto degli U2 nel 2005.
Gente ovunque, personale stremato, bambini che piangono, adulti che piangono, io che piango dentro.

Sette ore.
SET-TE.
Il tempo che ci mette un brasato a diventare tenero.