IL VILLAGGIO, EPISODIO 1: LA SCENOGRAFIA DEL DOLORE

Il villaggio è “scenografico”.
Così lo chiamano loro.
Io lo definirei: un parco avventura progettato da qualcuno che odia le ruote.

Ogni struttura è collegata da:

– scalini
– scalini più piccoli
– scalini travestiti da “rampe”
– rampe col 97% di pendenza, dichiarate “accessibili” solo a chi ha vinto Ninja Warrior
– viottoli di ghiaia che inghiottono le ruote come sabbie mobili del disagio

Arrivo alla camera “accessibile”.
Che è accessibile, sì, certo…
se sei un carrello della spesa.

Il letto ha le ruote.
Non quelle carine, bloccabili.
No, ruote libere, tipo lettino da pronto soccorso di una serie TV degli anni ’90: appena ti appoggi, parte.

Il bagno è talmente stretto che pensavo avessero incluso nel prezzo anche il Tetris 3D come attività serale.
Per entrare con la carrozzina devo piegarmi come un origami zen.

IL BUFFET: L’ARENA DELLE EMOZIONI

Arrivo al buffet con lo spirito competitivo di chi vuole solo un piatto di pasta.
Peccato che per raggiungere i piatti ci sia uno scalino alto come la mia autostima dopo quarantacinque minuti di tentativi falliti.

Una signora tedesca di settant’anni mi aiuta.
Una donna gentile, robusta e determinata, con anche finite e anima grande.

Mi dice:

“Io anche ho problemi, ma si mangia sempre.”

E mi prepara il piatto.
O meglio: mi serve.
Tre mozzarelline.
E dei pomodorini tagliati a metà.
Come se fossi un bambino di cinque anni mandato in punizione dopo aver tirato la sabbia.

A quel punto avrei mangiato volentieri pure il centrino del tavolo.