C’è un momento, in ogni viaggio, in cui pensi che niente possa andare storto.
Hai pianificato, controllato, respirato a fondo: tutto è pronto per la “vera esperienza autentica”.
Io, per esempio, avevo deciso che la mia sarebbe stata un giro su un elefante.
Ero in Thailandia, reduce da una settimana di templi, massaggi con olio di cocco e smoothies al mango. Quando l’agenzia mi propose una giornata in un “santuario etico” per elefanti, mi sembrò la chiusura perfetta del cerchio: un incontro spirituale, nella foresta, con la creatura più saggia del mondo.
Avevo anche letto che “gli elefanti non dimenticano mai”: un dettaglio che, più tardi, avrebbe suonato come una maledizione.
L’arrivo
All’alba ci caricano su un pulmino che sembra uscito da un film di guerra e, dopo un’ora di buche e curve, arriviamo nella radura.
Il cartello all’ingresso recita: “No chains, no cruelty, only love.”
Dentro, una decina di pachidermi ondeggiano pacifici tra i turisti, mentre gli addestratori li osservano fumando.
Mi assegnano Somchai, un elefante enorme con lo sguardo più placido della storia. L’addestratore, un ragazzo magrissimo con un cappello di paglia e un sorriso indecifrabile, mi indica la scala per salire in groppa.
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