Dall’alto, il mondo sembra immenso. La giungla profuma di pioggia e terra, e io mi sento leggero, quasi nobile: un piccolo principe su un gigante gentile.
I primi minuti sono perfetti. Somchai avanza lento, maestoso, come se sapesse esattamente dove andare. Io respiro, scatto qualche foto, mi lascio cullare dal ritmo del suo passo.
E per un attimo credo davvero che esista quella pace di cui parlano le guide spirituali.
Poi, improvvisamente, Somchai si ferma.
Il punto di svolta
Davanti a noi, un pilastro di legno.
L’elefante lo guarda, si avvicina e inizia a grattarsi con aria estatica.
Una scena dolce, quasi commovente.
Solo che, nel farlo, si appoggia. Con tutto il suo peso.
Sul mio piede.
All’inizio non capisco. Poi arriva il dolore, puro e verticale, come una scarica elettrica che attraversa ogni centimetro del corpo.
Provo a muovermi, ma sono incastrato.
Somchai continua a strofinarsi, beato, mentre io emetto un suono che credo non appartenga al regno umano.
L’addestratore si volta, mi guarda e dice con un sorriso serafico:
“Okay, okay… elephant like you.”
Ecco. Amato da un elefante. Letteralmente.