L’odissea del tuk-tuk
Mi aiutano a scendere con una manovra che ricorda più un salvataggio che una discesa.
Il piede è viola, il sandalo distrutto.
Mi fanno sedere su un tuk-tuk, dove il ghiaccio è tenuto fermo da un elastico per capelli e la guida, cercando di rassicurarmi, ripete come un mantra:
“Very lucky! Not broken! Very, very lucky!”
Ogni buca della strada è un urlo trattenuto.
Il vento caldo, il clacson dei motorini, il profumo di street food nell’aria: tutto scorre, tranne me, che cerco di non svenire e di non insultare la reincarnazione di Buddha seduta davanti.
L’ospedale di campagna
Arriviamo in un piccolo ospedale color pesca, dove un’infermiera mi accoglie con una risata che vale più di mille antidolorifici.
La dottoressa osserva la radiografia, poi mi guarda e dice con serietà disarmante:
“You see? Elephant soft touch.”
Nessuna frattura, solo una distorsione.
Mi fascia il piede, mi consegna un paio di compresse e mi congeda con quella che suona come una massima zen: