Madagascar, 2014.
Dopo dieci ore di volo, io e mia zia scendiamo ad Antananarivo con la faccia di due che hanno perso la fede nella vita già alla dogana. L’aria calda ci investe come un phon industriale. Io cerco di sorridere, lei ha lo sguardo di chi si sta già pentendo di avermi invitata.

Arriviamo al nastro bagagli. Tutti felici, trolley che sfilano, gente che applaude quando compare la propria valigia.
Noi? Niente.
Una, due, tre tornate complete del nastro.
La mia arriva zoppicante, con un adesivo “FRAGILE” messo per sbaglio.
Quella di mia zia, invece, scomparsa. Evaporata.
La scena è tragicomica: lei con la ricevuta in mano che sussurra “non può essere”, io che provo a consolarla con frasi tipo “magari è rimasta intrappolata a Parigi… romantico, no?”.
Non lo era.