L’Islanda doveva essere il viaggio della vita. Quello delle aurore boreali, delle pecore fotogeniche, dei bagni caldi naturali. Avevamo noleggiato un camper minuscolo, un cubo su ruote che a confronto una lavatrice sembrava spaziosa, e ci sentivamo pionieri. L’idea era attraversare l’isola in una settimana, dormendo tra ghiacciai, geyser e paesaggi lunari.

Tutto stava andando bene — troppo bene, per i miei standard. Poi è successo.

Mi sveglio da un pisolino pomeridiano con quella sensazione inconfondibile. Un piccolo bruciore, un fastidio sottile che cresce, si espande, e in pochi minuti diventa la certezza assoluta che il mio corpo ha dichiarato guerra.
Cistite.
In mezzo al nulla.
Senza bagno.
Senza farmacia.
Senza speranza.

Aggiungiamo un dettaglio: tra venti minuti dobbiamo partire per un’escursione di cinque ore sul ghiacciaio Falljökull. Cinque ore, su un blocco di ghiaccio, con un’imbracatura stretta e una guida vichinga che parla un inglese da film horror.

Mi preparo come posso. Mi infilo tre strati di calze termiche, due paia di pantaloni, e una tuta che mi fa sentire come un wurstel al vapore. Mentre cerco di convincermi che passerà, la guida, un energumeno con barba da dio nordico e voce da radiatore, ci accoglie con un sorriso:
“Welcome! No toilets from here to glacier top.”