Traduco nella mia testa: “Da questo momento in poi, cara, sei nelle mani del destino (e del tuo pavimento pelvico).”

Inizio la camminata. Il panorama è maestoso, il cielo blu tagliato dal bianco del ghiaccio, e io… completamente concentrata a non morire. Ogni passo un atto di fede. Ogni scricchiolio sotto i ramponi, una preghiera.
Il gruppo si ferma per fare foto: coppie felici, sorrisi, grida di entusiasmo. Io sono lì, rigida, con il viso da persona che ha appena scoperto di avere una bomba a orologeria incorporata.

La guida indica un crepaccio e dice: “Beautiful nature, yes?”
Io annuisco, ma nella mia testa rispondo: “Bellissima. Se solo potessi pisciarci dentro.”

Le ore passano.
Una, due, tre.
A metà percorso, mi rendo conto che l’unico liquido che potrei sopportare di vedere in quel momento è una flebo di antibiotico. L’acqua dei ghiacciai, così pura e sacra, diventa il mio peggior nemico. Mi perseguita in ogni goccia che scivola giù dal caschetto, in ogni pezzo di ghiaccio che la guida mi mostra con entusiasmo.

A un certo punto sento un suono lontano. Un ruscello.
Il ruscello del diavolo.
Tutti si fermano a riempire le borracce e io fisso la scena come se stessero bevendo direttamente dal mio incubo.

Alla quarta ora, entro ufficialmente nello stadio mistico della sofferenza. Mi convinco che il corpo umano può superare tutto se la mente è abbastanza forte. Poi mi viene in mente che l’ultima volta che ho detto una frase del genere ero in palestra e ho pianto facendo plank per venti secondi.

Arriviamo finalmente in cima. La guida sorride orgogliosa, ci scatta una foto di gruppo. Io mi metto in posa, giacca gialla, sorriso di plastica, e dentro penso: “Se non trovo un bagno nei prossimi dieci minuti, morirò come una martire del turismo.”

Scendiamo.
Cinque ore esatte.
Non so come ho fatto. Forse il mio corpo, per autodifesa, ha deciso di entrare in modalità “ibernazione urinaria”.

Torno al camper e mi butto sul letto come un soldato ferito. Ma non finisce qui, ovviamente no.
La notte successiva la temperatura scende sotto zero, il vento scuote il camper e io mi contorco sotto tre coperte, cercando la posizione meno dolorosa. Ogni volta che mi muovo, il letto scricchiola come per prendermi in giro. Alle tre di notte sussurro: “Non voglio morire così.”