La mattina dopo convinco il mio compagno di viaggio a fermarci nella prima città: Höfn.
Una manciata di case, un porto, e un vento che ti scortica la faccia.
Troviamo una clinica. Dentro, odore di disinfettante e disperazione.
La dottoressa, gentilissima, parla un inglese perfetto e un tono sereno da monaca zen. Mi chiede da quanto tempo ho il problema.
“Da ieri,” rispondo.
Lei sorride: “Ah, fast infection! But antibiotics, we try not to use.”
Le spiego, con un sorriso da psicopatica repressa, che in questo momento rappresento il caso clinico estremo. Lei annuisce, scrive qualcosa su un foglio e mi prescrive un antibiotico islandese dal nome impronunciabile che costa più di una cena stellata.
Uscendo, mi sento una sopravvissuta.
Compro anche una bottiglia d’acqua “per reidratarmi”. La guardo. Poi la metto via.
Non sono ancora pronta a guardare l’acqua negli occhi.
Il giorno dopo, finalmente, il dolore si attenua.
Riesco persino a sorridere davanti a un tramonto che sembra dipinto. La giacca gialla, il ghiacciaio sullo sfondo, la luce che taglia l’orizzonte. Un’immagine perfetta… se non fosse che, ogni volta che guardo quella foto, rivivo il trauma.
Quando torno a casa e racconto la storia, tutti ridono. “Ma dai, proprio sul ghiacciaio?!”
Sì. Proprio lì.
Perché l’Islanda non ti vuole male: ti vuole pura. E quale modo migliore per purificarti, se non attraverso un’infezione urinaria nel mezzo del Circolo Polare?