Avevo vent’anni, un passaporto sudato e la convinzione che l’autostop fosse la forma più pura di libertà, ma anche la più veloce per finire arrestato.

Stavo viaggiando nel sud-est asiatico con l’ingenuità di chi pensa che la vita sia una lunga puntata di Pechino Express, solo con meno budget e più zanzare. Dopo aver attraversato mezzo Laos tra camion di riso e polli vivi, un tizio in un ostello mi dice:

“C’è un valico remoto per entrare in Vietnam, pochissimo traffico, niente turisti, autentico.”

Perfetto, penso. Autentico: parola che in viaggio è sinonimo di “non farlo”.

Così parto.

Con me:

– un francese chiamato Sunbird, convinto che il deodorante fosse colonialismo culturale;

– una canadese new age che bruciava incenso anche sulle zanzare (“così si purificano prima di morire”);

– e un russo silenzioso di nome Igor, che scopriremo troppo tardi trasportare nello zaino una collezione di coltelli “da campeggio”.