Quando ormai ero pronto a confessare crimini mai commessi, succede l’impossibile: ci restituiscono i passaporti.
Il comandante dice qualcosa, il sottoposto traduce male:
“You… go. No knives.”
Fine dell’esperienza carceraria.
Usciamo nel buio totale, con le gambe molli e la voglia di tornare da mamma.
Camminiamo per ore lungo una strada sterrata, illuminati solo dal bagliore delle lucciole e dal rimorso.
Il russo è rimasto dentro, dicono per “verifiche supplementari”.
Lo rivedremo la mattina dopo, sorridente come se niente fosse.
“They take knives,” dice. “Give me breakfast.”
Abbiamo dormito in una capanna di fortuna, con un materasso che sapeva di muffa e zanzare giganti come gabbiani.
Ero vivo, tecnicamente. Ma ogni volta che sento la parola “frontiera”, mi viene l’orticaria.