Da vicino, sembravano armi da guerra.

Saliamo su un furgone che cade a pezzi, ci scaricano in una radura e ci dicono: “Confine laggiù”.

Laggiù dove? Nella foresta tropicale.

Senza segnaletica, senza rete, senza senso.

Camminiamo per ore, sudati, divorati da insetti giganti che sembravano droni militari.

A un certo punto appare una sbarra arrugginita e una capanna con due soldati vietnamiti dall’aria non proprio accogliente.

Noi sorridiamo.

Loro no.

Mostro il passaporto. Loro lo prendono come se fosse un ordigno.

Quando vedono quello del russo, uno fischia e chiama rinforzi.

Arrivano altri quattro militari, armati di fucili e diffidenza.

Ci gridano addosso per minuti eterni. Nessuno parla inglese.

Sunbird prova con un “Peace and love!”, la canadese sorride, io sudo, il russo sospira.

Poi gli chiedono di aprire lo zaino.

Lui obbedisce. Dentro: otto coltelli, un coltellino svizzero e un machete.