Panico.
Uno dei soldati urla qualcosa tipo “spia!”, e nel dubbio ci portano tutti dentro una baracca di legno con le finestre sbarrate.
Era come un set di Apocalypse Now, ma senza la regia.
Ci fanno sedere su delle panche e inizia l’interrogatorio a base di urla in vietnamita, gesti minacciosi e traduzione simultanea del nulla.
A un certo punto un militare indica Igor e mima una pugnalata.
Noi gridiamo “NO!” in coro, come una boyband sotto stress.
Io cerco di spiegare che siamo solo turisti, ma l’unica parola che capiscono è “backpacker”, e la pronunciano come una bestemmia.
Dopo due ore ci tolgono tutto: documenti, zaini, bottiglie d’acqua.
Ci chiudono in una stanza con un tavolo, una lampadina che tremola e un ventilatore che suonava come una condanna a morte.
Ogni tanto entrava un soldato diverso.
Uno rideva. Uno ci fissava. Uno portava semi di girasole e li sgranocchiava rumorosamente, fissandoci negli occhi come se stesse scegliendo chi friggere per primo.
Io inizio a immaginare titoli di giornale:
“Giovani europei arrestati al confine: sospettati di fondare comunità hippy armata.”