Prenoto la cabina perché mi dico: “Almeno riposo, così arrivo a Palermo fresca come un limone di Sicilia.”
Mai pensiero fu più ingenuo.
Appena entro capisco che qualcosa non va.
La cabina è senza finestra, stretta come una bara per due, illuminata da una luce gialla che dà alle pareti un colorito da febbre tifoide.
Sul pavimento, una moquette color beige-malattia che odora di umidità, pesce fritto e disinfettante da ospedale.
Sul letto, un capello riccio — lungo, scuro, sicuramente non mio — appoggiato con la leggerezza di chi vuole dire: “Benvenuta all’inferno.”
Provo a pensare positivo.
“Sarà solo per una notte”, mi ripeto, mentre il traghetto vibra come se stesse decollando verso Marte.
Poi parte la colonna sonora del mio incubo: trap.
Dalla cabina accanto.
Volume da terremoto.
Il mio vicino dev’essere un ex DJ di Ibiza in riabilitazione: loop di bassi e bestemmie fino alle 4 del mattino.
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