Doveva essere la mia prima volta in Sardegna.
Anno 2013. Matrimonio di amici. Quattro giorni di libertà assoluta.
Il piano era perfetto: atterrare a Cagliari, presenziare al matrimonio il minimo indispensabile e poi sparire per qualche giorno nella Sardegna più selvaggia, da solo, senza programmi, senza orari, senza esseri umani che mi parlassero prima delle dieci del mattino.
Tre giorni prima della partenza squilla il telefono.
Era un amico degli sposi. Uno di quei veneti indipendentisti duri e puri, gente che negli anni ha cambiato più sigle politiche che mutande: Liga Veneta, Liga Repubblica, Fronte Veneto, Indipendenza Veneta, Veneto Stato… ogni volta litigano, si dividono e fondano un nuovo partito identico al precedente ma con una virgola diversa nel simbolo.
Mi chiama nel panico:
“Non abbiamo prenotato l’auto.”
“E quindi?”
“Adesso sono tutte finite.”
Traduzione: “Tu l’hai prenotata, vero? Possiamo scroccartela?”
E niente. Per non fare la figura dello stronzo accetto. “Facciamo a metà”, dico, già intuendo che quella frase mi sarebbe costata cara.
Arrivo a Cagliari, faccio la fila al noleggio e mentre sto firmando i documenti mi chiama lei, già seccata:
“Dove sei?”
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