Thailandia, diciannove giorni, io e il mio fidanzato, itinerario studiato con la precisione di un piano militare: Bangkok, Chiang Mai, Phuket, Koh Samui e di nuovo Bangkok per l’ultima notte prima del rientro. Avevo letto guide, stampato mappe, fatto liste, sottolineato consigli di altri viaggiatori. In pratica ero partita convinta di essere una specie di Indiana Jones con la borsa mare coordinata.

Il problema è che la vacanza ha deciso di chiarire subito chi comandava.

Arriviamo a Bologna, pronti per volare verso Amsterdam e poi Bangkok, già con quella faccia da “tra ventiquattr’ore saremo dall’altra parte del mondo”. Peccato che, invece dell’imbarco, ci arrivi la notizia: volo annullato.

Così. Senza poesia. Senza suspense. Senza nemmeno la decenza di farci sedere prima.

In un secondo siamo passati da “andiamo in Thailandia” a “andiamo nell’hotel convenzionato vicino all’aeroporto, assieme a una mandria di passeggeri furiosi”. La prima notte esotica della vacanza l’abbiamo quindi passata guardando il parcheggio di Bologna. Una vista meno spirituale del previsto.

Il giorno dopo finalmente partiamo, arriviamo a Bangkok e io decido che non mi farò rovinare nulla. Sono in Thailandia. Fa caldo, è umido, il traffico sembra progettato da qualcuno che odia il concetto di corsia, ma sono felice.

Poi arrivano i primi templi.

Bellissimi, certo. Solo che per visitarli devi camminare sotto un’umidità che non è clima: è un asciugamano bagnato appoggiato sulla faccia. Dopo tre scalini ero già in una fase mistica, ma non per la spiritualità del luogo. Più che altro perché vedevo la luce.

Una sera decidiamo di fare una crociera romantica sul fiume. Nella mia testa: monumenti illuminati, atmosfera da film, io elegantissima, lui innamorato.