Nella realtà: cena costosissima, bevande escluse, tasse escluse, servizio escluso, dignità quasi esclusa. Sullo sfondo, due cantanti thailandesi che interpretavano Madonna e Ricky Martin con la convinzione di chi sa di star creando un trauma turistico internazionale.
A Chiang Mai ci spostiamo in bicicletta perché “è il modo migliore per vivere la città”. Traduzione: sudare in mezzo al traffico sperando di non finire sotto qualcosa con tre ruote. Però lì scopro il massaggio ai piedi. Un’ora. Pochi euro. Una signora mi rimette in funzione come se fossi una Panda del 1998 portata dal meccanico giusto. Per la prima volta penso: ok, forse sopravviviamo.
Errore.
Perché poi arriva Phuket, dove decidiamo di regalarci finalmente il mare. Spiaggia, lettino, ombrellone, ambulanti, sole, relax. Tutto perfetto, finché il mio stomaco decide che la cucina locale è una forma di audacia che non intende più supportare. Da quel momento, la vacanza thailandese prende una piega molto italiana: ristoranti italiani, pasta, pizza, pane, tutto quello che fino al giorno prima avrei giudicato con snobismo da viaggiatrice evoluta.
A quel punto non ero più una turista. Ero una sopravvissuta in cerca di carboidrati riconoscibili.
Il tour alle Phi Phi Islands, però, ci riconcilia col mondo. Acqua turchese, Maya Bay, pesci, scimmiette sulla spiaggia. Una cartolina vivente. Bellissimo, se non fosse che attorno a noi ci sono abbastanza barche da far sembrare il paradiso un autogrill galleggiante. Però va bene. Sono le vacanze. Si accetta tutto, anche il fatto che venti scimmie abbiano più presenza scenica di noi.
Poi Koh Samui.
Atterriamo in un aeroporto che sembra un villaggio vacanze per bagagli: bungalow aperti, trenini colorati, giardini. Io penso: “Ecco, finalmente la parte rilassante”.
Prenotiamo un bungalow vicino alla spiaggia. Arriviamo, tutto carino, pulito, verde, piscina, palme. Poi guardiamo il mare davanti all’hotel.
Una pozza.
Non mare mosso. Non mare brutto. Proprio una specie di brodo fermo, intrappolato da una lingua di scogli, mentre cento metri più in là l’acqua era bellissima, viva, azzurra, offensivamente normale. Il paradiso c’era, solo che aveva sbagliato civico.
A quel punto, visto che il meteo alternava sole e pioggia come una playlist psicopatica, decidiamo di dedicarci ai massaggi. Scelta saggia. Finché io, in un impeto di follia, vedo un centro estetico spartano e penso: “Ma sì, facciamoci anche una ceretta”.
Ancora oggi non so perché.
Mi fanno sdraiare. Arrivano tre ragazze thailandesi. Nessuna parla inglese. Io non parlo thailandese. Ci capiamo solo attraverso il dolore. Usano cera a freddo, pezzuole di cotone dall’aria molto vissuta e una tecnica coordinata che definirei “attacco simultaneo”. Strappano tutte insieme.
In quel momento ho rivisto la mia vita, la mia estetista in Italia e probabilmente anche vite precedenti.