Lo racconto ancora oggi ai colleghi quando qualcuno dice: “Beato te che vai in gita, ti fai una vacanza pagata”.

Ecco, sì. Una vacanza pagata. Con quarantasei diciottenni, metà liceo scientifico e metà ITIS, tutti convinti di essere adulti perché sapevano ordinare un kebab in inglese e tutti incapaci di trovare il proprio pigiama in valigia.

La destinazione era la Germania. Berlino, per la precisione. Io accompagnavo la quinta insieme alla collega di inglese e al professore di sistemi, che dopo il primo giorno aveva già sviluppato lo sguardo di un reduce del Vietnam.

La classe era un esperimento sociale: quelli dello scientifico facevano battute sulla relatività mentre sbagliavano binario della metro; quelli dell’ITIS riparavano caricabatterie con graffette e nastro isolante, ma per lavarsi i denti lasciavano il bagno come una scena del crimine.

La sera incriminata eravamo rientrati in hotel dopo cena. Appello fatto, raccomandazioni fatte, minacce fatte. Io avevo appena tolto le scarpe quando bussano alla porta.

Era Matteo, pallido.

“Prof, non si arrabbi.”

Frase che in gita significa sempre: chiami l’assicurazione, un avvocato o entrambi.

“Che è successo?”