Avevo quindici anni e una giacca troppo leggera per attraversare il mare.

Partii dall’Albania una sera che sembrava normale, solo che mia madre mi abbracciò in un modo che ancora oggi, se ci penso, mi stringe lo stomaco. Io facevo il duro. A quindici anni pensi che piangere sia una cosa da bambini. Poi sali su un gommone di notte, con il buio tutto intorno, e capisci che i bambini forse sono solo quelli abbastanza furbi da avere paura prima.

Ci avevano detto: “Due ore e siete in Italia”.

Due ore.

Dopo venti minuti c’era già uno che vomitava, uno che pregava, uno che controllava la tanica di benzina come se fosse il cuore di sua madre, e io che cercavo di non pensare al fatto che il gommone sembrava fatto dello stesso materiale dei materassini da spiaggia.

Il mare non era nemmeno cattivo. Questa è la cosa strana. Non c’era la tempesta, non c’erano onde da film. Era solo enorme. Nero. Indifferente. Faceva quel rumore lì, continuo, come se stesse masticando piano.

A un certo punto il motore fece un colpo secco.

Silenzio.

Nessuno disse niente per qualche secondo. Poi uno degli uomini davanti disse: “Tranquilli, normale”.

E lì capii una cosa che mi è servita per tutta la vita: quando qualcuno dice “tranquilli” e “normale” nella stessa frase, non è tranquillo e non è normale.

Il motore ripartì, ma male. Tossiva. Sembrava un vecchio con il catarro. Ogni volta che calava, tutti trattenevano il respiro. Ogni volta che riprendeva, nessuno festeggiava, perché avevamo già capito che il mare non ama la gente che si monta la testa.