Io avevo freddo ai piedi. Avevo le scarpe bagnate e le mani così gelate che non le sentivo più. Però la cosa peggiore era la puzza di benzina. Mi entrava in gola. Ancora adesso, se passo vicino a un distributore, per un secondo torno lì: quindici anni, seduto su un bordo di gomma, con la sensazione ridicola di dover sembrare adulto mentre avrei voluto solo chiamare mia madre.
Accanto a me c’era un uomo con un cappotto enorme. Dentro quel cappotto aveva messo tutto quello che possedeva, credo. Documenti, pane, una foto, forse anche un servizio da dodici.
A ogni onda si teneva stretto il petto.
Pensavo proteggesse qualcosa di prezioso. Dopo un po’ vidi che era un salame.
Lo stringeva come un neonato.
Mi venne da ridere. Non forte, perché non era proprio il momento, ma mi uscì quella risatina scema da fame, freddo e paura. Lui mi guardò serio e mi disse qualcosa che non capii. Io annuii, come se avessimo appena discusso di politica internazionale.
Poi mi offrì un pezzo di pane.
Lo mangiai piano, con le mani salate. Era duro, sapeva di mare, benzina e cappotto. Ancora oggi ho mangiato in ristoranti eleganti, ho cucinato per centinaia di persone, ho assaggiato piatti molto più buoni. Ma quel pane lì me lo ricordo meglio di tanti pranzi di festa.
Perché era una cosa normale in una notte che non lo era per niente.
Quando finalmente vedemmo una luce, qualcuno sussurrò: “Italia”.
Io mi aspettavo Roma.
Non so perché. Forse perché quando sei ragazzo e dici “Italia” ti immagini subito monumenti, fontane, gente che canta, motorini, film. Io nella mia testa stavo arrivando quasi al Colosseo.
Invece arrivammo su una spiaggia buia, con la sabbia nelle scarpe, il sale in faccia e un cane che abbaiava come se avessimo invaso il suo regno.