“Luca, Samuele e Kevin sono alla polizia.”

Io ho avuto un momento di silenzio interno. Non panico, proprio silenzio. Come quando il computer si blocca e senti solo la ventola.

Alla polizia.

Scendo in reception con la collega di inglese, che già traduceva mentalmente frasi tipo “sono bravi ragazzi” e “non volevano occupare militarmente il territorio tedesco”. Il receptionist ci guarda e dice: “Ah, yes. The boys with the bicycle.”

La bicicletta.

In quel momento ho capito che non sarei andato a dormire presto.

Ricostruzione dei fatti: i tre, dopo essere usciti “solo due minuti davanti all’hotel”, avevano visto una bici appoggiata vicino a una rastrelliera. Bella, moderna, con il cestino. Uno di loro aveva detto: “Secondo me sono quelle pubbliche”. Un altro aveva aggiunto: “In Germania è tutto più avanti”. Il terzo, invece di rappresentare la voce della ragione, aveva controllato se il lucchetto fosse chiuso.

Non lo era.

Quindi, secondo la logica di tre studenti di quinta superiore alle undici di sera, la bici era “probabilmente utilizzabile”.

Ci avevano fatto venti metri. Venti. Non un inseguimento, non una fuga, non un colpo internazionale. Venti metri davanti all’hotel, con Kevin seduto nel cestino perché “pesava poco”.

Il proprietario era uscito dal bar proprio in quel momento.

La cosa peggiore è che, quando il signore ha iniziato a urlare in tedesco, Luca ha tentato di tranquillizzarlo dicendo: “No problem, we are Italian school.”

Come se questo spiegasse tutto.

La polizia li aveva portati in centrale più per capire chi fossero che per altro. Il problema era che avevano i documenti in hotel, perché “prof, tanto dove andavamo?”. Io avrei voluto rispondere: in questura, evidentemente.

Arriviamo alla centrale.