Tre ragazzi seduti su una panca, composti come santi nelle statue, con la faccia di chi ha appena scoperto che “fare una cavolata” in un altro Paese ha i sottotitoli legali.
Il poliziotto mi guarda. Io guardo loro. Loro guardano il pavimento.
“Prof, però non l’abbiamo rubata.”
“No, certo. L’avete solo presa senza permesso, di notte, in Germania. Una sfumatura poetica.”
La collega traduceva con una calma meravigliosa, limando le mie frasi prima che diventassero utilizzabili contro di noi.
Il proprietario della bici, per fortuna, era più seccato che furioso. Quando ha capito che erano studenti, che non avevano danneggiato nulla e che Kevin era davvero finito nel cestino perché gli altri due “volevano vedere se reggeva”, si è messo persino a ridere. Poco, ma abbastanza da salvarci la serata.
Abbiamo passato comunque un paio d’ore lì, tra moduli, spiegazioni, documenti portati dall’hotel e la mia faccia da uomo che stava riconsiderando tutte le scelte professionali della vita.
Alle due di notte siamo usciti.
I tre camminavano dietro di me in fila, zitti. Una scena rara. Quasi commovente.
A metà strada Kevin fa: “Prof, però la bici era davvero comoda.”
Mi sono girato lentamente.
Lui ha capito da solo.
La mattina dopo, durante l’appello, ho detto alla classe: “Regola nuova. In Germania non si toccano biciclette, monopattini, carrelli, statue, fontane, segnali stradali, animali, oggetti appoggiati, oggetti non appoggiati e in generale tutto ciò che non è vostro.”
Uno dello scientifico ha alzato la mano: “Prof, vale anche per le idee?”
Ho risposto che le idee potevano rubarle, purché non avessero le ruote.
Da allora, ogni volta che organizziamo una gita, i colleghi mi chiedono sempre la stessa cosa: “Tu vieni?”
Io rispondo di sì.
Ma controllo prima quante biciclette ci sono in città.