Avevamo prenotato due notti in Liguria perché volevamo fare una cosa semplice.

Niente aerei, niente coincidenze, niente mete esotiche. Solo macchina, mare, focaccia e un appartamentino “a pochi minuti dalla spiaggia”.

Già qui avremmo dovuto capire.

Perché “a pochi minuti” non vuol dire niente.
Anche l’Everest è a pochi minuti, se sei uno sherpa.

Partiamo il venerdì dopo pranzo, furbi come pochi, convinti di evitare traffico.

Lo pensavano anche tutti gli altri.

Tre ore fermi in autostrada, con Google Maps che ogni venti minuti cambiava idea e ci proponeva stradine alternative sempre più inquietanti. A un certo punto ci siamo trovati in una salita tra ulivi, muretti e curve cieche, con il navigatore che diceva:

“Procedi dritto.”

Dritto c’era un cancello.

Arriviamo finalmente al paese alle otto di sera.

Prima sorpresa: il parcheggio incluso non era incluso.

Il proprietario ci scrive:

“Potete lasciare l’auto nei parcheggi pubblici vicini.”

Vicini.

Cioè quarantacinque minuti di ricerca, tre giri dello stesso lungomare, una quasi lite con un signore in scooter e alla fine un posto blu trovato in una via talmente stretta che per uscire dalla macchina ho dovuto trattenere il respiro.

Seconda sorpresa: l’appartamento era “a 300 metri dal mare”.

Sì. In verticale.

Trecento metri di scale, salite, vicoletti e gradini consumati dal medioevo.

Io col trolley.
Lui con la borsa frigo.
Nostro figlio con lo zaino leggerissimo, cioè vuoto, perché le sue cose erano tutte nelle nostre borse.

Arriviamo davanti alla porta sudati come dopo un trasloco.