Torna dopo quaranta minuti con il costume, due focacce e la faccia di uno che ha visto cose.

“Non chiedere. Ho dovuto rispostare la macchina.”

Andiamo in spiaggia.

Tutto pieno.

Ma proprio tutto.
Stabilimenti pieni, spiaggia libera piena, scogli pieni, perfino il muretto pieno di gente già sistemata con ombrelloni, borse, bambini, nonne e frigoriferi portatili.

Troviamo un buco tra una famiglia con tre materassini e una coppia che ascoltava musica dal telefono senza cuffie, perché evidentemente la civiltà era rimasta in autostrada.

Stendiamo due asciugamani.

Passano cinque minuti.

“Mi scusi, qui stavamo noi.”

Non c’era niente.

Nessun asciugamano, nessuna borsa, nessun segno umano.

Solo un sasso.

“Eh, avevamo lasciato il sasso.”

Il sasso come prenotazione.

A quel punto ci spostiamo più indietro, praticamente sotto una scaletta, dove ogni persona che scendeva ci scrollava addosso sabbia, acqua e giudizi.

Verso mezzogiorno decidiamo di mangiare qualcosa.

Errore.

Nei bar coda infinita. Nei ristoranti tutto prenotato. In focacceria avevano finito quasi tutto.

Riusciamo a prendere tre pezzi di focaccia e due bibite calde.

Prezzo: come una cena fuori, ma in piedi e col sale nei capelli.

Il pomeriggio peggiora quando scopriamo che nell’appartamento l’aria condizionata “funziona, ma va capita”.

Traduzione: non funziona.

Fa rumore, lampeggia, sputa aria tiepida e ogni tanto si spegne da sola, probabilmente per vergogna.

Dormiamo con le finestre aperte.

Sotto casa c’era un locale.

Non una discoteca, eh. Peggio: un posto con gente che rideva forte, sedie trascinate e uno che alle due di notte spiegava a voce altissima perché lui “in Liguria ci verrebbe a vivere”.

Io invece alle due di notte avrei vissuto volentieri in una camera d’albergo con parcheggio vero e aria condizionata vera.

La domenica decidiamo di partire presto per evitare traffico.

Spoiler: lo decidono tutti.

Prima però dobbiamo buttare la spazzatura, perché il proprietario ci ha mandato le istruzioni:

“Differenziata nei bidoni comunali.”

Dove?

Silenzio.

Giriamo venti minuti con due sacchetti in mano come criminali ambientali, finché una signora del posto ci indica un punto raccolta nascosto dietro una curva, raggiungibile solo da chi conosce il rito.

Poi risaliamo in macchina.

Parcheggio: 42 euro.

Mio marito guarda il ticket e dice:

“Per due giorni?”

No.
Per aver respirato vicino al mare.

Rientro: sei ore.

Sei ore per fare una tratta che, sulla carta, era “comoda”.

A casa abbiamo scaricato le borse, acceso il condizionatore e mangiato pasta al tonno in silenzio.

Il mare era bello, eh.

Solo che noi l’abbiamo visto tra una multa potenziale, un sasso prenotato e una salita con il trolley.