Siamo partiti alle sei del mattino da Mestre, piazzale davanti alla stazione, con quel tipico entusiasmo dei viaggi di gruppo organizzati: tutti con il trolley rigido, il cuscino da collo e la convinzione che “tanto fa tutto l’agenzia”.
Eravamo in quarantadue. Età media: pensionati agguerriti, due coppie giovani finite lì per errore, una signora con il cane “di supporto emotivo” che però supportava emotivamente solo sé stesso, e una capogruppo di nome Mirella che, già alle 6:12, aveva perso il microfono.
Il programma diceva: “partenza puntuale ore 6:00”.
Siamo partiti alle 6:48 perché il signor Franco era salito sul pullman sbagliato. Non sbagliato nel senso “un altro della stessa agenzia”. Sbagliato nel senso che stava andando a Lourdes.
Ce ne siamo accorti quando sua moglie, seduta dietro di me, ha detto:
“Scusi, ma mio marito non c’è.”
E l’autista:
“Signora, ma suo marito era previsto?”
“No, era sposato con me.”
Recuperato Franco, siamo finalmente partiti verso la Slovenia.
Dopo quaranta minuti, prima sosta tecnica. Doveva durare dieci minuti. Ne è durata quaranta perché una signora aveva lasciato il cellulare in bagno e un’altra, per aiutarla, ha chiuso dentro anche la borsa. A quel punto la capogruppo Mirella ha deciso di fare l’appello, ma l’elenco era rimasto nella sua valigia, che era nel vano bagagli, sotto altre quarantuno valigie e una scorta di taralli “perché all’estero non si sa mai”.
Arrivati al confine, primo momento thriller: mancava una carta d’identità.
Non una qualsiasi. Quella di Franco.
Lui, candidamente, ha detto:
“Ma io pensavo bastasse la tessera sanitaria.”
Mirella lo ha guardato come si guarda un uomo che ha appena confessato un crimine contro Schengen.
Per fortuna la carta era nella tasca interna del giubbotto. Che però era nella valigia. Che era sempre sepolta sotto le quarantuno valigie e i taralli.
Ripartiamo.
A Lubiana arriviamo con quasi due ore di ritardo, ma ancora fiduciosi. Il programma prevedeva pranzo libero, visita guidata del centro e arrivo in hotel nel pomeriggio.
Il pranzo libero si è trasformato in un’esercitazione militare perché il gruppo si è diviso in tre fazioni: chi voleva “qualcosa di tipico”, chi voleva una pizza “che almeno si capisce”, e chi aveva già tirato fuori il panino con la cotoletta preparato alle cinque del mattino.
Io e mia sorella abbiamo seguito la guida verso un ristorantino consigliato. Dopo venti minuti di camminata sotto il sole, scopriamo che il ristorante era chiuso per ferie.
La guida, con grande professionalità, ha detto:
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