Avevo dieci anni e una certezza: l’estate iniziava quando mio padre caricava la Fiat Tipo come se dovessimo evacuare il Nord Italia.
Era il 1996, si partiva da Mestre direzione Vieste, Gargano.
Dodici ore di viaggio dichiarate.
Diciotto effettive.
Trenta percepite da chi sedeva dietro, tra una borsa frigo, un ombrellone, tre materassini, mia sorella che vomitava a comando e mia madre che teneva sulle ginocchia una teglia di parmigiana “perché in autogrill rubano”.
La macchina non aveva aria condizionata.
Aveva però i finestrini.
Che in autostrada significavano una cosa sola: viaggiare dentro un phon acceso, con la frangia che entrava direttamente nel cranio.
Mio padre aveva deciso che il navigatore era per i deboli.
Anche perché non esisteva.
Avevamo il Tuttocittà, una cartina dell’Italia piegata male e mia madre che ogni venti minuti diceva:
“Secondo me dovevamo uscire prima.”
Mio padre, sudato come un ministro sotto interrogatorio:
“Ho fatto questa strada nel ’82.”
“Con chi?”
“Con tuo zio.”
“E siete arrivati?”
Silenzio.
A Bologna eravamo già fermi.
Non fermi nel senso “traffico”.
Fermi nel senso che mio padre aveva aperto il cofano perché la Tipo fumava.
Mia madre, invece di preoccuparsi del motore, si preoccupava della parmigiana.
“Non lasciarla al sole che va a male.”
Io ero in ciabatte sull’asfalto dell’autogrill, mia sorella piangeva perché le si era sciolto il Calippo sulla maglietta, e un camionista ci guardava con lo sguardo di chi aveva già visto famiglie così e sapeva che non tutte arrivavano compatte.
Ripartiamo.
Dopo Rimini, mia madre urla:
“Oddio, abbiamo dimenticato il costume di Federica.”
Federica era mia sorella.
Mio padre non rallenta nemmeno.
“Gliene compriamo uno là.”
“Ma è quello bello.”
“Marisa, siamo in ferie o stiamo trasferendo il guardaroba?”
Mia sorella, tragica:
“Io senza il costume con le ciliegie non entro in acqua.”
Io, già maturo:
“Meglio, così non vomiti in mare.”
Mi ha morso.
All’altezza di Ancona sbagliamo uscita.
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