Come sia successo non lo so, perché le uscite erano scritte grandi quanto una sentenza.

Ma mio padre seguiva “l’istinto”.

L’istinto ci porta in un paese dell’entroterra dove non c’era il mare, non c’era Vieste e soprattutto non c’era un essere umano disposto a darci ragione.

Ci fermiamo davanti a un bar.

Mio padre entra a chiedere.

Torna dopo dieci minuti con un caffè, un ghiacciolo e la faccia di chi ha appena ricevuto una diagnosi.

Mia madre:

“Allora?”

“Dobbiamo tornare indietro.”

“Quanto?”

“Poco.”

Quando un padre italiano degli anni ’90 diceva “poco”, poteva voler dire qualsiasi cosa tra sei chilometri e la Bulgaria.

Arriviamo a Vieste che è notte.

La pensione si chiamava “Villa Aurora”.

Nelle foto del depliant sembrava bianca, luminosa, quasi elegante.

Dal vivo era una casa gialla con una scritta storta e un cane che ci abbaiava come se fossimo creditori.

La signora alla reception guarda mio padre e dice:

“Ah, voi siete quelli della camera vista mare.”

Finalmente una buona notizia.

Saliamo.

Apriamo la finestra.

Vista mare.

Sì.

In teoria.

Tra noi e il mare c’erano un parcheggio, tre camper, una pizzeria, un muro, due fili per stendere e il signor Carmine in canottiera che si tagliava le unghie dei piedi su una sedia di plastica.

Mia madre chiude la finestra.

“Non guardate.”

La camera aveva quattro letti, un armadio che odorava di chiuso dal 1978 e un ventilatore a pale che faceva più rumore di fresco.

Il bagno era così piccolo che per lavarti i denti dovevi tenere un piede nel bidet e uno nella doccia.