Partenza alle 8:30. Alle 8:28 eravamo tutti sul pullman tranne Mirella.

La capogruppo.

L’abbiamo vista arrivare dieci minuti dopo correndo con il microfono in mano e una faccia da “non parlatemi mai più”. Aveva preso l’ascensore sbagliato ed era finita nel garage del personale.

Durante il tragitto verso Bled, pioggia.

Non pioggerella romantica da cartolina. Pioggia cattiva, orizzontale, organizzata meglio del nostro tour.

Il programma prevedeva passeggiata sul lago e gita in barca all’isola. La barca, ovviamente, non partiva per maltempo. Mirella ha provato a vendercela come “tempo libero fotografico”. Peccato che l’unica cosa fotografabile fossero ombrelli rovesciati e turisti depressi.

A quel punto il gruppo ha cominciato a dare segni di cedimento.

Una signora si è rifiutata di proseguire senza aver assaggiato la famosa torta alla crema di Bled. Un’altra ha detto che lei non era venuta fin lì “per vedere l’acqua dall’esterno”. Franco, ancora traumatizzato dal gulasch, cercava solo un bagno.

Ci portano in una caffetteria convenzionata.

Posti a sedere: venti. Italiani bagnati: quarantadue.

Nasce una trattativa diplomatica con i camerieri. Ci dividono su tre tavoli, due sgabelli e un davanzale. Io finisco accanto a una coppia di Bologna che litiga perché lui ha dimenticato il k-way e lei glielo aveva detto “dal 1998”.

Ordiniamo la torta. Buona, per carità. Ma proprio mentre stavamo finalmente recuperando un minimo di fiducia nell’umanità, salta la corrente nel locale.

Cinque minuti di buio.

Nel buio, il cane di supporto emotivo abbaia. Una signora urla. Franco dice:
“Oddio, sono diventato cieco.”
Sua moglie:
“Franco, sei solo scemo.”

Nel pomeriggio il programma prevedeva relax alle terme.

Finalmente, pensiamo.

Le terme erano il motivo per cui molti avevano prenotato. Arriviamo lì, scendiamo dal pullman con costumi, ciabatte e speranze. Alla reception ci comunicano che la piscina principale era chiusa per manutenzione straordinaria.

Rimanevano disponibili: due vasche piccole, una sauna, e una zona relax già occupata da un gruppo di studenti tedeschi in gita sportiva.

Mirella, ormai spiritualmente altrove, dice:
“Potete comunque usufruire dell’area benessere.”

Io entro in una vasca “rilassante” e mi ritrovo seduta tra Franco, sua moglie e il cane che osserva tutti da bordo piscina con l’aria di chi giudica.

Dopo venti minuti, evacuazione temporanea perché qualcuno ha perso una ciabatta nel sistema di filtraggio.

Non so come. Non voglio saperlo.

La sera rientriamo in hotel distrutti. Il programma prevedeva “cena tipica con musica”. In effetti c’era la musica. Solo che nella sala accanto c’era un matrimonio sloveno.

La nostra cena era in una saletta separata, ma il muro era sottile. Abbiamo mangiato spezzatino ascoltando per due ore una fisarmonica impazzita e applausi di gente molto più felice di noi.

A metà cena, Mirella ha tentato un brindisi di gruppo.

“Alla Slovenia!” ha detto.

In quel momento è caduto un vassoio in cucina.

Nessuno ha più parlato.

Il terzo giorno dovevamo rientrare passando per Trieste, con sosta panoramica.

Finalmente il sole. Finalmente il ritorno. Finalmente la fine.

Carichiamo le valigie. Partiamo. Dopo mezz’ora, chiamata dall’hotel: avevano trovato una valigia nella hall.

Era la mia.

Sul pullman, invece, avevamo caricato quella di una signora slovena diretta a un convegno di dermatologia.

Torniamo indietro.

Mia sorella rideva così tanto che non respirava. Io pensavo solo al fatto che nella mia valigia c’erano i vestiti sporchi, una confezione di taralli aperta e il costume ancora bagnato. La dermatologa slovena, da qualche parte, aveva appena conosciuto il peggio dell’Italia.

Recuperata la valigia, ripartiamo.

A Trieste arriviamo troppo tardi per la sosta lunga, quindi Mirella ci concede “quindici minuti liberi”. Quindici minuti a Trieste sono abbastanza per scendere, guardare il mare, comprare un caffè di corsa e risalire col fiatone.

Franco ovviamente sparisce.

Lo ritroviamo davanti a un’edicola mentre compra calamite. La moglie gli urla:
“Franco, sali!”
E lui:
“Ma questa è per ricordarci il viaggio!”
Lei:
“Come se potessimo dimenticarlo.”