Sette giorni in Croazia, sulla carta, dovevano essere la vacanza perfetta. Zara, appartamentino vicino al mare, due escursioni già segnate, una giornata in barca per vedere le isole, una passeggiata nel centro storico per sentirci anche una famiglia che non vive di sole ciabatte e panini. I bambini carichi come se stessimo partendo per i Caraibi, io già mentalmente stesa su un lettino, mio marito in modalità organizzatore sereno. Dopo mesi di lavoro, scuola, incastri e lavatrici, sembrava davvero il viaggio giusto per respirare.
Infatti abbiamo smesso di respirare quasi subito.
Appena arrivati a Zara, ancora con quell’odore di valigie chiuse e crema solare che promette felicità, mio marito decide di sedersi un attimo sul trolley fuori dall’alloggio, giusto per controllare il telefono e cercare il parcheggio convenzionato. Si siede male, il trolley traballa, il telefono gli scivola di tasca con un movimento lentissimo e teatrale, cade di faccia sul pavimento e si apre in una ragnatela perfetta. Uno schermo così spaccato non l’avevo mai visto: sembrava la cartina delle autostrade croate. Lui resta zitto cinque secondi a fissarlo, come se con la forza del pensiero potesse richiuderlo. Mio figlio fa subito la domanda più inutile del mondo, “Papà, si è rotto?”, e io capisco che la vacanza ha appena preso una direzione tutta sua.
Così il nostro primo vero giro a Zara non è stato sul lungomare, ma in cerca di un centro assistenza. Invece di guardare il mare cristallino, abbiamo guardato vetrine di cover, negozi di telefonia, cartelli in croato e commessi che ci facevano cenno di no già da lontano. A un certo punto siamo finiti in un posto minuscolo dove vendevano cover fluorescenti, cavi, adattatori, pellicole e credo anche aspirapolveri, e il proprietario, dopo aver guardato il telefono di mio marito con l’aria di un medico di guerra, ha detto una frase che ci avrebbe accompagnato per il resto del viaggio: “Maybe possible. Not today.”
Nel frattempo i bambini avevano fame nera. Per non perdere altro tempo ci siamo fermati a mangiare il primo kebab trovato, seduti su una panchina, con i bagagli ancora addosso, mio marito che cercava di rispondere ai messaggi usando un quarto di schermo sopravvissuto e mia figlia che faceva cadere il cavolo ovunque. Il pranzo inaugurale della vacanza in Croazia è stato quello: salsa piccante sulle mani, tovagliolini finiti subito e discussione surreale su se fosse il caso di spendere soldi per aggiustare un telefono al secondo giorno oppure usarlo così, come un reperto archeologico.
Il giorno dopo siamo riusciti perfino a convincerci che, tutto sommato, poteva andare peggio. Eravamo vivi, avevamo un appartamento decoroso, il mare era lì. Siamo usciti per comprare una cover provvisoria, due teli mare, acqua, biscotti per i bambini e una ciambella gonfiabile a forma di fenicottero che non serviva a nessuno ma che in vacanza, per qualche motivo, sembrava indispensabile. Ed è stato proprio durante una di quelle soste idiote, tra una borsa di farmacia e uno scontrino infilato a caso, che mi sono accorta che mancava la carta d’identità di mia figlia.
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