Prima ha iniziato mia figlia con il naso chiuso e una tosse secca che sembrava partire dai talloni. Poi io. Poi mio marito. Nel giro di poche ore eravamo tutti e quattro stesi, ognuno col suo sintomo, come se ci fossimo passati il testimone di una staffetta dell’influenza. Ci guardavamo con gli occhi lucidi e la stessa espressione: ma davvero? Davvero tutti insieme?
I giorni dal quarto al sesto sono stati un ritiro spirituale forzato, ma senza spiritualità. Chiusi in casa a turni, uno sotto la coperta, uno in piedi a cercare acqua, uno che tossiva in bagno per non svegliare gli altri, uno che fissava il mare dalla finestra con l’odio di chi lo ha pagato e non può usarlo. La piscina la vedevamo soltanto dalle storie Instagram degli altri ospiti: bambini abbronzati, coppie felici con cocktail improbabili, gente che scriveva “finally relax” mentre io misuravo febbri e cercavo di capire se la tachipirina era stata data a tutti o solo nella mia immaginazione.
L’appartamento ha cominciato a prendere l’odore tipico delle vacanze andate male: medicinali, fazzoletti, asciugamani umidi, brodo tiepido e costume mai usato. A un certo punto abbiamo ordinato da mangiare perché nessuno aveva la forza di uscire. È arrivata una pizza così triste che perfino i bambini l’hanno guardata con sospetto. Mio marito, mezzo febbricitante, ha cercato di tagliarla e io l’ho visto veramente a un passo dalla resa morale.
I piccoli aneddoti umilianti non sono mancati. Una mattina, convinta di fare la persona efficiente, ho messo a lavare costumi e asciugamani, ma ho sbagliato programma e sono rimasti lì mezzi zuppi per ore a fermentare. Un’altra volta sono uscita spettinata e in pigiama solo per chiedere dove fossero i bidoni, e mi sono trovata davanti una famiglia olandese impeccabile, profumata, pronta per la gita in barca. Ci siamo salutati con quel rispetto silenzioso che si ha per i feriti di guerra. Mio figlio ha passato un pomeriggio intero a guardare la spiaggia dal balcone con il fenicottero gonfiabile sgonfio accanto, come un piccolo pensionato tradito dalla vita. Mia figlia, nel suo momento migliore, mi ha chiesto: “Ma noi in vacanza quando ci andiamo?”
La cosa più irritante era che fuori continuava a esserci il mare. Lo sentivamo quasi. A volte arrivava persino il rumore delle persone che rientravano dalla spiaggia, le ciabatte, le risate, le borse fradice, e noi lì dentro a contendersi il termometro. Ogni tanto uno di noi diceva “magari domani va meglio”, con lo stesso tono di chi non crede più nemmeno nelle previsioni del tempo.
Il settimo giorno, come per dispetto finale, ci siamo svegliati tutti quasi normali. Senza febbre, senza brividi, abbastanza umani da pensare di fare almeno una piccola uscita, giusto per poter dire di essere stati davvero in Croazia e non in quarantena con vista. Niente di ambizioso: un salto al porto, un gelato, due foto, magari comprare una calamita per non tornare proprio a mani vuote e faccia sconfitta.
Siamo usciti piano, ancora stanchi, con quell’aria da sopravvissuti che tentano di reinserirsi nella società. Arrivati al porto, ha cominciato a piovere. Non una pioggerellina poetica, no. Una di quelle piogge inutili e ostinate che non bastano a giustificare un ombrello ma abbastanza per rovinarti gli ultimi dieci minuti di dignità. Ci siamo infilati sotto una tettoia insieme ad altri turisti, mio marito con il telefono ancora lesionato, io con i capelli che avevano ormai rinunciato a ogni progetto, i bambini che leccavano un gelato troppo velocemente e si lamentavano del freddo.
Abbiamo fatto tre foto in totale. In una mio figlio ha gli occhi chiusi. In una mia figlia ha il broncio. Nell’ultima si vede dietro di noi un cielo color malumore e un gabbiano che sembra giudicarci.
Siamo tornati in Italia con un telefono rotto, un documento sparito, un’influenza condivisa in formato famiglia e una quantità imbarazzante di farmaci comprati all’estero. Zero escursioni alle isole, zero giornate vere di mare, zero tramonti da cartolina. L’unico lato positivo è che non abbiamo dovuto litigare per i lettini in spiaggia, perché la spiaggia l’abbiamo frequentata meno del consolato.
Alla fine, della Croazia, ricordo benissimo un centro assistenza, una farmacia, la vista del mare da dietro i vetri e una pizza mangiata con la febbre. Però almeno una cosa l’abbiamo portata a casa tutti insieme. Non un souvenir, non un’abbronzatura, non un ricordo felice. Un virus. Quello sì, condiviso con grande spirito familiare.