Ci frequentavamo da poco più di due mesi, quindi ero ancora in quella fase pericolosa in cui scambi certi segnali per fascino. Lui sembrava uno interessante, un po’ fissato con i posti abbandonati, l’urbex, le fabbriche dismesse, le ville dimenticate, tutte quelle cose che su Instagram sembrano molto poetiche perché le vedi filtrate, con due raggi di sole e una caption tipo “la bellezza del tempo sospeso”.

Dal vivo, il tempo sospeso puzza di piccione morto.

Comunque. Mi propone un weekend fuori. Dice: “Ti porto in Toscana, facciamo un giro, mangiamo bene, ci fermiamo una notte in un posto carino.”
Io parto da Bologna convinta di vivere una roba da inizio relazione adulta: caffè in autogrill, chiacchiere in macchina, un borgo, una cena, magari pure del sesso decente e non organizzato tra gli impegni.

Già in autostrada capisco che il suo concetto di weekend insieme non coincide perfettamente col mio. Al primo autogrill invece di comprare due caffè e delle gomme, tira fuori una cartellina. Una cartellina. Con dentro stampe, mappe, screenshot e una specie di planimetria fatta a penna.

“Vedi? Qui c’è l’ingresso secondario.”

Io lo guardo. “Secondario di cosa?”

Della villa.

La villa, a suo dire, era una dimora liberty abbandonata sulle colline sopra Lucca, “ferma nel tempo”, “mai vandalizzata”, “un’occasione rarissima”. Lo diceva con lo stesso tono con cui uno annuncia di aver prenotato una suite con idromassaggio. Io gli faccio presente che non avevo capito che il weekend includesse violazione romantica di proprietà decadenti. Lui ride e mi dice di stare tranquilla, che ci saremmo fermati “solo un’oretta”.

Quando un uomo appassionato di urbex ti dice “solo un’oretta”, puoi già salutare il resto della giornata.