Lui decide che una stanza con la carta da parati scollata va fotografata con me dentro “per dare scala”. Io rifiuto. Lui insiste. Mi mette in mano una valigia trovata lì, tutta sfondatissima, dicendo: “Fai una faccia persa nel tempo.”
Gli ho detto che una faccia di merda ce l’avevo già pronta.
A un certo punto chiedo di andare via. Glielo chiedo bene. Poi meno bene. Poi con quel tono che ogni donna usa quando capisce che la pazienza è finita e resta solo la civiltà, appesa per un filo.
Lui ogni volta: “Sì sì, ancora cinque minuti.”
I cinque minuti dell’urbex sono come quelli del meccanico o degli uomini nei negozi di elettronica. Un’unità di misura inventata, non riconosciuta dalla scienza.
Passa un’altra ora. Io, per ingannare il tempo, conto quante volte dice la parola “atmosfera”: tredici. Conto anche “patina”, otto. “Decadenza autentica”, quattro. Una volta dice pure “questo posto mi parla”.
Io gli rispondo: “A me sta tossendo addosso.”
Il momento peggiore arriva quando decide di aprire una porta gonfia d’umidità che evidentemente era chiusa da secoli. La spinge, fa forza, cede di colpo e dal buio esce una nuvola di polvere, piume e non so cos’altro. Io urlo, lui tossisce, qualcosa frulla sopra le nostre teste e per due secondi ho la certezza di essere stata attaccata da tutto l’ecosistema della casa in forma compatta.
Erano piccioni. Tanti. Offesissimi.
Io scappo nel corridoio bestemmiando in tre lingue, lui però prima di uscire si gira a fare una foto anche lì. Una foto. Al momento in cui stavamo venendo sfrattati dai volatili.
Quando finalmente torniamo alla macchina sono le sei e mezza del pomeriggio. Dovevamo ancora andare al b&b. Io ero sporca di polvere, avevo fame di cibo vero e sentivo nelle narici un bouquet persistente di muffa, piuma, muro bagnato e delusione sentimentale.
Arriviamo in struttura vicino a Lucca e il proprietario, vedendoci, ci chiede se venissimo da un trekking. Io ho detto: “Più o meno. Ma nell’abbandono.”
La sera ceniamo in una trattoria molto carina, con tovaglie a quadri e gente normale, che mangiava in posti normali, dopo aver fatto attività normali. Lui, tra un picio all’aglione e un bicchiere di rosso, comincia a farmi vedere le foto. Mille e duecento foto. Non sto esagerando. C’erano sei scatti identici di una finestra. Nove di una sedia. Dodici di un corridoio con differenze che solo un entomologo o un serial killer avrebbero potuto notare.
“Questa vedi?” mi dice zoomando su una chiazza scura. “È bellissima.”
“Quella è muffa.”
“Sì, ma che texture.”
Ho capito in quel momento che non ce l’avremmo fatta. Non per la villa. Non per la polvere. Nemmeno per i piccioni. Ma perché io cercavo un weekend con un uomo e lui cercava una testimone per il suo matrimonio simbolico con l’intonaco del 1928.
Il giorno dopo avrebbe voluto portarmi a vedere un’ex colonia abbandonata sul mare. Gli ho detto che avevo mal di testa. Era anche vero, ma soprattutto avevo un improvviso bisogno di stare in luoghi dove il pavimento non raccontasse storie.
Siamo tornati a Bologna nel pomeriggio. In macchina lui era felice, rilassato, addirittura tenero. Ha detto: “Mi è piaciuto condividere questa cosa con te.”
Io ho guardato fuori dal finestrino e ho pensato che anche a me sarebbe piaciuto condividere qualcosa, sì. Magari un aperitivo. Una passeggiata. Un letto pulito. Persino un outlet. Ma evidentemente la vita aveva deciso di mettermi alla prova facendomi mangiare un panino al prosciutto sotto una fioritura di muffa attiva mentre un uomo fotografava un bidet come se fosse il David di Michelangelo.
Ci siamo rivisti ancora una volta, l’ultima, giusto per correttezza. Ha provato a propormi “un posto incredibile, un vecchio sanatorio”.
Gli ho detto che per un po’ avrei preferito i luoghi con le finestre intere.