Usciamo dall’autostrada, prendiamo strade sempre più strette, poi una provinciale, poi una deviazione, poi uno sterrato che sembrava portare o a una villa abbandonata o a una setta. A un certo punto il navigatore smette di collaborare e lui si esalta ancora di più, perché evidentemente per questa gente perdere il segnale equivale a una benedizione.
Parcheggia sotto una fila di cipressi e mi dice con aria soddisfatta: “Ci siamo.”
Davanti a noi c’era una cancellata piegata, un viale mangiato dalle erbacce e in fondo questa villa enorme, scrostata, con le persiane storte e una terrazza mezzo crollata. Molto scenografica, per carità. Anche molto simile al posto dove nei film trovano i denti in un barattolo.
Io non sono schizzinosa. Sono cresciuta prendendo treni regionali con bagni che ti cambiano il sistema immunitario. Però c’è un limite tra “rustico” e “se vado in bagno qui esco con una nuova forma di vita attaccata alla caviglia”.
Entriamo da una finestra bassa sul retro perché lui, naturalmente, “conosceva il passaggio”. Appena dentro vengo investita da una zaffata di umido, muffa, legno marcio e guano. Una cosa densa. Un odore che non si respirava: si masticava.
“Lo senti?” fa lui, tutto contento.
“Sì,” gli dico. “Lo sentirò fino a Ferragosto.”
Ma era partito. Occhi lucidi. Telefono in mano. Macchina fotografica al collo. Sembrava davanti alla Cappella Sistina, solo che stava inquadrando una credenza senza ante e una poltrona sfondatissima con sopra una colonia di polvere risalente forse al Ventennio.
Io dopo dieci minuti avevo già visto abbastanza. Lui no. Lui doveva documentare. Tutto.
La maniglia ossidata.
Il corridoio con le mattonelle rotte.
Una scarpa sola.
Un interruttore.
Una vasca piena di calcinacci.
Un termosifone arrugginito che, a suo dire, “raccontava una storia”.
Raccontava una sinusite, al massimo.
A mezzogiorno, invece di andarcene, tira fuori lo zaino e annuncia il pranzo. Io credevo, ingenuamente, che il pranzo significasse scendere in paese e sedersi da qualche parte. No. Panini portati da casa, consumati nel salone principale della villa, sotto un soffitto con una macchia nera ampia come l’Austria.
“Qui c’è una luce bellissima,” dice lui.
Io stavo mangiando prosciutto cotto e pecorino circondata da muffa sulle pareti, una fila di formiche sul pavimento e due piccioni che entravano e uscivano da una finestra sfondata come coinquilini abituali. A un certo punto mi si posa accanto un pezzo di intonaco. Piccolo, ma simbolico.
Lui lo guarda e fa: “Hai visto? Sta cedendo tutto, incredibile.”
Io con il panino in mano: “Sì, infatti proporrei di non morire qui dentro per amore dell’estetica.”
Non mi ascolta. Si alza e corre al piano di sopra perché ha intravisto una stanza da bagno “pazzesca”. Lo seguo controvoglia e trovo lui inginocchiato davanti a un bidet crepato a fare foto da ogni angolazione, come se stesse coprendo la Milano Fashion Week.
“Guarda che rubinetteria.”
Io iniziňo a pensare che forse non sono il suo tipo. Forse il suo tipo è il sanitariato decadente del Centro Italia.
Nel pomeriggio la situazione degenera.