Era il 2023 e avevo appena finito uno stage che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto aprirmi la porta del lavoro dei miei sogni. Dopo due settimane di silenzio, arriva finalmente la mail che aspettavo:

“Gentile Lorenzo, siamo felici di invitarla al colloquio finale presso la nostra sede di Copenaghen, mercoledì mattina alle 9.”

La startup è svedese, ma i colloqui li fa in Danimarca. Perché? Non ne ho idea. Forse è il minimalismo nordico: meno senso, più design.

Prenoto subito il volo da Bologna a Copenaghen con scalo a Monaco. Tutto perfetto. Partenza martedì alle 10, arrivo previsto per le 15, hotel già pagato, valigia pronta. Dentro ci sono il completo, due camicie, lo spazzolino e quel minimo di dignità che serve per affrontare un colloquio importante.

Martedì mattina salgo sul treno per Bologna Centrale. Posto finestrino, caffè in mano, aria da uno che ha la vita sotto controllo. Sembra l’inizio di un film francese, uno di quelli in cui pensi che andrà tutto storto, ma in modo elegante.

Scendo alla stazione, mi avvio verso l’Airlink per l’aeroporto e, dopo circa sette minuti, vengo colpito da un pensiero nitido come una sentenza: la valigia.

La valigia.

La valigia.

È rimasta sul treno.

Che nel frattempo è ripartito.

Verso Rimini.

Insieme al mio completo, alle mie camicie, al deodorante e a qualsiasi possibilità di sembrare una persona assunta con criterio.

Corro verso l’ufficio oggetti smarriti come se mi stesse inseguendo l’FBI. Spiego la situazione. Mi ascoltano con l’empatia di un citofono.

“Torni domani.”

“Domani ho un colloquio a Copenaghen.”

“E allora porti una camicia a Copenaghen.”

“Non ce l’ho.”

“E allora vada senza.”

In quel momento capisco che il vero nord Europa non è la Danimarca. È il distacco emotivo degli uffici pubblici italiani.

Inizio a tremare. Ho il portatile, i documenti, i biglietti, il libro giusto per fingermi centrato. Ma non ho vestiti.