Valuto di comprare qualcosa in aeroporto, come fanno nei film americani quando la gente ha ancora fiducia nel sistema.

In aeroporto trovo:
un duty free,
un’edicola,
un negozio di peluche della Juventus.

Ma nemmeno l’ombra di un negozio di abbigliamento. Se avessi voluto affrontare il colloquio vestito da mascotte traumatizzata, ero coperto. Per il resto, nulla.

Parto lo stesso. Bologna, Monaco, Copenaghen. Arrivo con un solo bagaglio a mano contenente:
il libro Come affrontare un colloquio con sicurezza,
un pacchetto di gomme,
un caricatore,
il panico.

In hotel provo a spiegare la situazione e chiedo se esiste un servizio lavanderia “al contrario”, una specie di prestito d’emergenza per disperati in trasferta. Mi guardano con la tenerezza che si riserva agli animali feriti e mi offrono un accappatoio e una bottiglietta d’acqua con scritto “Still”, che in quel momento sembrava più una diagnosi che una marca.

Mi metto allora a cercare un H&M. Ne trovo uno a 700 metri. Ovviamente sotto la neve. Esco e cammino vestito da turista in crisi esistenziale, con l’andatura di chi sa che il proprio futuro professionale dipende da una catena low cost.

Entro nel negozio e vedo una camicia bianca a 12 euro. Ne compro due: una M e una L, perché in quel momento non ho più certezze, nemmeno sulla mia conformazione fisica. La cravatta è finita. I pantaloni eleganti non esistono più. Restano dei jeans scuri, che a quel punto diventano la mia unica alleanza diplomatica con il mondo del lavoro. Le scarpe sono le mie: scomode, ma almeno pulite.

Torno in hotel. Provo la M. Mi sta come un preservativo dimenticato sul comodino: tecnicamente presente, ma non utilizzabile in società. La L, invece, è larga ma onesta. Non valorizza, ma copre. In quel momento basta.

Mercoledì mattina, ore 9. Mi presento al colloquio con una giacca presa in prestito da un tizio della reception in cambio di una recensione a cinque stelle. Ho una camicia spiegazzata, jeans appena difendibili e scarpe da gita scolastica. Entro nella sala con la postura di chi sa di non poter più bluffare.

Mi guardano.

Io sorrido come sorridono quelli che ormai hanno perso tutto e possono solo puntare sul carisma.

Poi uno di loro dice:

“Wow, lei è il primo candidato ad aver rispettato davvero l’informal smart dress code. Gli altri sono tutti troppo impettiti.”

In quel momento ho capito due cose. La prima è che il mondo del lavoro è un posto governato dal caos. La seconda è che, a volte, sembrare improvvisati con convinzione funziona meglio che essere perfetti con la cravatta giusta.

Alla fine il lavoro l’ho trovato davvero.

E da allora ho anche una filosofia di vita molto semplice: viaggia leggero, sì. Ma porta sempre una camicia di scorta.