Mi è tornato in mente un episodio che ancora oggi, a raccontarlo, sembra inventato. E invece no: è una di quelle storie di ordinaria follia che, mentre le vivi, pensi solo che l’universo ti odi. Poi passano gli anni e capisci che dentro quel disastro c’era anche una delle prove d’amore più grandi della tua vita.

Dovevo andare da Catania a Roma, dove la mattina seguente mi aspettava un esame importantissimo. Di quelli che non puoi saltare, non puoi rimandare, non puoi affrontare con leggerezza. Naturalmente, proprio quel giorno decido di perdere l’aereo.

Già lì pensavo di aver dato abbastanza.

In aeroporto, invece di crollare definitivamente, chiamo il mio fidanzato. Lui arriva a prendermi insieme a mio figlio e, nel tentativo disperato di salvare la situazione, prenotiamo un treno notturno: io parto, viaggio tutta la notte e arrivo a Roma in tempo per l’esame. Sulla carta sembrava quasi una soluzione da adulti responsabili.

Nella realtà, ovviamente, no.

Parto da Catania. Poche stazioni dopo, il controllore mi fa scendere.

“Biglietto errato. Data diversa.”

Come data diversa? In che senso data diversa? Io ero lì, seduta, fisicamente presente, con tutta la mia ansia perfettamente aggiornata al giorno giusto. E invece no: il biglietto era sbagliato. Fine. Giù dal treno.

Non ci volevo credere.

Richiamo il mio fidanzato, che a quel punto aveva già fatto abbastanza per meritarsi una medaglia. Lui riparte, di nuovo, con mio figlio. Mi vengono a recuperare a 50 chilometri da casa, alle undici di sera, in quella fascia oraria in cui la pazienza umana viene messa a durissima prova e qualsiasi persona sana di mente inizierebbe a fingere di non conoscerti.

Troviamo un altro treno in una città vicina. Corriamo a prenderlo. Salgo al volo. Finalmente si parte.

Poteva finire lì?

No, perché mi accorgo di aver dimenticato il portafogli nella macchina del mio fidanzato.

A quel punto non ero più una persona: ero un test di resistenza psicologica con le scarpe.

Il treno intanto prosegue verso lo Stretto di Messina. Lui, da terra, si lancia in auto per raggiungermi e restituirmi il portafogli prima che io sparisca verso il continente senza soldi, senza documenti e probabilmente senza più voglia di vivere. Il treno si imbarca sulla nave, io scendo, supero il pontile e arrivo sulla terraferma cercando di orientarmi nel caos.

Lo chiamo.

“Amore, ma dove sei? Io sono ai traghetti!”

Non faccio in tempo a coordinare nulla, perché il telefono decide che anche lui ha sofferto abbastanza e si spegne. Batteria finita. Sipario.

Comincio a correre a destra e a sinistra come una fuggitiva. Lui pure. Io cerco lui, lui cerca me, in mezzo alla notte, ai traghetti, al porto, all’assurdità generale. Alla fine ci troviamo. Mi dà il portafogli. Per un attimo penso che forse, forse, il peggio sia passato.

Infatti no.

Corriamo verso la nave. Ma è appena partita.

Non una metafora: partita davvero. Salpata. Via.