All’inizio pensi sempre alla soluzione più semplice. Sarà in un’altra tasca. Sarà finita nella borsa grande. Sarà rimasta nel beauty. Sarà nel portadocumenti. Poi cominci a svuotare tutto sul tavolo della cucina e capisci che no, non c’è. Apri le valigie una seconda volta, poi una terza. Controlli nelle tasche dei pantaloncini sporchi, nel marsupio, dentro il libro da colorare, perfino nella confezione dei cerotti. Niente. A quel punto parte il delirio delle ipotesi: forse è caduta in aeroporto, forse l’abbiamo lasciata in macchina a Trieste, forse era nella tasca esterna dello zaino, forse l’abbiamo mostrata al check-in dell’appartamento e non l’hanno restituita, forse è stata inghiottita da quel triangolo maledetto dove finiscono solo i documenti dei figli e la pazienza dei genitori.

La giornata è evaporata così, tra telefonate, mail, ricerche, facce tese e bambini che continuavano a chiedere quando saremmo andati in spiaggia. Abbiamo chiamato l’aeroporto, poi il parcheggio a Trieste, poi l’alloggio, poi di nuovo l’aeroporto perché nel frattempo ci eravamo convinti che forse fosse caduta nei controlli. Il consolato, ovviamente, aveva orari che sembravano scritti per colpire personalmente noi: a mezzogiorno praticamente era già un’entità spirituale. Ricordo me seduta al tavolo con il portatile aperto, il sito mezzo tradotto, metà in italiano metà in inglese, mentre mio marito provava a compilare moduli dal telefono rotto, ingrandendo lo schermo con due dita come un archeologo che decifra tavolette.

Nel frattempo i bambini, lasciati troppo a lungo senza programma, avevano trasformato il soggiorno in una zona di guerra. Mio figlio girava con un bracciolo infilato al collo come una stola nobiliare, mia figlia aveva svuotato una confezione di cracker sul divano, e io cercavo di ricordare quando esattamente avevo pensato che una vacanza con la famiglia sarebbe stata “riposante”.

Il terzo giorno ci siamo ribellati. Basta. Abbiamo deciso che non potevamo passare una settimana intera a inseguire problemi. La carta non era saltata fuori, il telefono era ancora in attesa di una possibile resurrezione, ma almeno il mare era lì e non potevamo farci fregare anche quello. Quindi costume, asciugamani, borsa frigo, cappellini e via. Siamo arrivati in spiaggia già con il livello di energia di chi ha litigato con la burocrazia internazionale. Però per qualche ora ha funzionato. Acqua bellissima, bambini finalmente zitti perché occupati a lanciarsi sassi piatti, io seduta a pensare che forse il peggio era passato.

Verso metà pomeriggio, mio figlio ha cominciato a dire che aveva freddo. Ho pensato fosse stanco. Poi l’ho toccato e sembrava un termosifone. In mezz’ora siamo passati dal “facciamo ancora un bagno” al “rimetti tutto in borsa, subito”. Lui tremava, voleva essere preso in braccio, mia figlia si è messa a piangere perché non capiva perché dovessimo andare via, mio marito cercava le chiavi dell’auto e io infilavo costumi bagnati dentro sacchetti a casaccio come se stessimo evacuando.

La sera aveva già 38 di febbre, e mentre cercavamo una farmacia di turno abbiamo avuto quel momento tipico da genitori in trasferta: tu che cerchi il farmaco con il principio attivo scritto piccolo, tuo marito che chiede informazioni in un misto di inglese, italiano e gesti, il farmacista che annuisce serio, i bambini sfiniti, e tu che intanto pensi solo: non adesso, ti prego, non adesso. Abbiamo cenato con crackers, una banana e una minestrina istantanea trovata in un supermercato. La vacanza da cartolina si era già trasformata in un turno di guardia.

Il colpo di grazia è arrivato nella notte.