Dovevo andare a Cracovia. Punto. Avevo pure l’ostello prenotato vicino a Kazimierz, di quelli con la foto su Booking tutta luminosa e la realtà fatta di letti a castello e sconosciuti che russano come trattori. Ma almeno era un piano: Varsavia → Cracovia, due giorni, poi si vede.
Sul treno per Cracovia, quello classico da Interrail: zaini ovunque, facce stanche, gente che mastica qualcosa di triste guardando fuori come se stesse vivendo un film. A metà viaggio attacca bottone un ragazzo. Uno di quelli che parlano con l’aria di chi “conosce i posti veri”. Mi chiede dove sto andando, io dico Cracovia, e lui fa quella faccia tipo: carino, ma io so di meglio.
“Domani c’è un festival fuori Katowice. Non turistico. Roba buona. Se vuoi vedere qualcosa di vero, vieni lì. Da Cracovia ci vai quando vuoi.”
E la cosa che mi fotte, sempre, è che in vacanza ti senti più intelligente di quando sei a casa. A casa non avrei mai seguito uno sconosciuto verso “un festival fuori città”. A casa avrei detto “no grazie” e sarei andata a comprare il detersivo. In viaggio invece ti convinci che ogni deviazione è un capitolo interessante della tua vita.
Quindi cambio rotta: scendo a Katowice invece di arrivare dritta a Cracovia. “Tanto è vicino”, mi dico. “Tanto domani riparto e arrivo.” Frase che, nella realtà, è un malocchio.
Katowice è normale. Stazione grande, gente che corre, tabelloni, tutto civile. Poi però il festival non è “a Katowice”. È fuori. E “fuori” significa: regionale mezzo vuoto, poi una fermata che sembra un posto dove la vita si è fermata, poi una navetta che non è una navetta ma un furgone bianco con un foglio A4 sul parabrezza con scritto “BUS”. Tutto legittimo, certo. Come una banconota stampata in casa.
Il furgone va. Esce dalla città. Va in strade sempre meno strade. Campi, alberi, capannoni, buio. Io guardo il telefono per controllare dov’è la posizione e capisco subito che non prende. Non “poco segnale”: proprio niente. Il telefono diventa un oggetto neutro, come una pietra liscia. Mi dico: vabbè, sarà in mezzo ai campi, ma è un evento, avranno organizzazione.
Arriviamo. “Arriviamo” significa che il furgone si ferma e davanti c’è un prato enorme, recinzioni messe come capita, casse alte come palazzi che sparano musica senza tregua, tende ovunque e polvere. Una folla che sembra già lì da tre giorni. L’aria ha quell’odore preciso di festival: sudore, birra, fumo e qualcosa di fritto che non vuoi sapere cos’è.
Io vado dritta al bar perché il cervello, quando è spaventato, cerca subito una cosa semplice: acqua.
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