Abbiamo deciso di farla “facile”: vacanza in Italia, niente voli, niente coincidenze, niente drammi internazionali. Da Nord a Sud in macchina, tappe tranquille, case prese in prestito, escursioni, mare, vita lenta. Una roba da adulti equilibrati.

La prima cosa che fa un adulto equilibrato, ovviamente, è spezzare la chiave dentro la serratura.

Arriviamo alla prima casa, stanchi ma contenti. Quel tipo di stanchezza buona: valigie, borse frigo, sacchetti con dentro “cose utili” che poi non userai mai, tipo il repellente per zanzare e la pila frontale “per sicurezza”.
Io prendo la chiave, la guardo un secondo come si guarda un oggetto che dovrebbe solo fare il suo lavoro, la infilo nella serratura.

Giro.

E invece di “clac” fa SNAP.

Un rumore secco, minuscolo, ma con un’eco emotiva enorme. Mi rimane in mano metà chiave. L’altra metà resta dentro la serratura, incastrata con un’eleganza disumana, come a dire: “Io qui ci resto, ciao”.

Resto ferma con questa metà chiave in mano come se fosse una prova di un delitto. Gli altri mi guardano. Io guardo la serratura. La serratura non guarda nessuno, perché lei sa già come finisce.

Proviamo subito la fase “negazione”:
“Magari si è solo… incastrata.”
No, si è rotta.
“Magari si riesce a tirar fuori con le pinzette.”
Sì, certo. La chiave era infilata lì dentro come un dente del giudizio.

Parte la fase “ingegneria improvvisata”: cacciaviti, graffette, pinze, quell’arnese multiuso che uno compra convinto di essere Bear Grylls e invece lo usa solo per aprire i pacchi Amazon. Risultato: niente.
A un certo punto qualcuno propone: “Aspetta, provo a spingerla da dietro.”
Da dietro cosa? Il muro?

Chiamiamo il fabbro.

Il fabbro risponde con la calma di uno che ha visto la disperazione umana in tutte le sue forme:
“Sì, arrivo.”
Che in lingua fabbresca significa: quando mi va.