E infatti: due ore.

Due ore davanti alla porta, con le valigie che iniziano a diventare sedute improvvisate, il sole che decide di fare il suo lavoro, e noi che alterniamo:

  • “Ma com’è possibile?”

  • “Secondo me era già mezza rotta.”

  • “No, sei tu che giri come un toro.”

  • “Ma io ho girato NORMALMENTE.”

  • “Certo, normale… come quando ti arrabbi e stacchi le maniglie.”

Nel frattempo scopriamo che stare davanti a una porta chiusa ti rende immediatamente invisibile ai vicini, tranne quando devi umiliarti: in quel caso, appare sempre qualcuno col cane che ti guarda e fa la faccia da: “Ah… vacanza, eh?”

Arriva il fabbro.

Il fabbro ha quell’aria serena da persona che risolve cose importanti mentre tu nella vita non riesci nemmeno a montare un mobile Ikea senza piangere. Si avvicina, guarda la serratura, fa un mezzo sorriso e dice una frase che ti stronca:
“Eh, succede.”

Succede. Sì. Come se fosse caduta una goccia d’acqua dal rubinetto.
Poi, in dieci minuti, fa magie: attrezzi che non hai mai visto, movimenti rapidi, un paio di colpetti come se stesse facendo un massaggio shiatsu alla porta. La chiave esce. La serratura viene sistemata. Fine.

E arriva il conto.

Un conto così allegro che ti viene voglia di chiedere se include anche un aperitivo e la sua pensione integrativa.
Paghiamo, ovviamente, perché in quei momenti non paghi: ti arrendi.

Entriamo. Buttiamo le borse dentro. Ci guardiamo e diciamo: “Vabbè, dai. È andata. Ora la vacanza può iniziare.”
Che è una frase che non andrebbe mai pronunciata ad alta voce. È come dire “oggi va tutto bene” appena prima che succeda qualcosa.

Ripartiamo verso Sud, tappe, soste, autostrada, paesini, tutto bello. Ci rimettiamo in pari: “Ok, la serratura era solo l’inizio, ora basta imprevisti.”
Sì, certo.

Arriva metà vacanza. Facciamo un’escursione. Una di quelle che sulla carta sono “facili”: sentiero panoramico, due ore, vista pazzesca, “è adatta a tutti”.
Adatta a tutti tranne alle mie ginocchia, che dopo quaranta minuti decidono di entrare in sciopero e negoziare un nuovo contratto collettivo.

Ma arriviamo su, facciamo foto, respiriamo aria buona, ci convinciamo di essere persone sane. Torniamo alla macchina felici e soprattutto affamati.
Di quella fame cattiva, da: “Se non mangio adesso, mordo un cartello stradale”.

Ci fermiamo in un posto e prendiamo roba “da viaggio”: panini, acqua, qualche snack e… uno yogurt, perché qualcuno deve sempre fare la parte del cittadino responsabile: “Prendo anche qualcosa di leggero.”

Lo yogurt finisce sul mio sedile. O meglio: lo appoggio con quel gesto veloce da macchina, come quando metti una cosa lì e dici “un attimo e lo prendo” e invece la cosa entra in una dimensione parallela.