La risposta media è un misto tra: gente che non capisce, gente che capisce benissimo e fa finta di non capire, gente che ti dice “sorry” e sparisce e poi, come in ogni incubo, l’unica categoria umana che mi salva davvero: i randagi sociali.

Un gruppo di punk polacchi mi adotta per pietà, senza nemmeno formalizzarlo. Mi vedono con la faccia di chi sta per piangere in silenzio e mi portano dietro le tende dove hanno una borsa frigo che contiene solo due cose: patate e crauti. E me li offrono come se fosse la cosa più normale: “eat”.

Io mangio patate e crauti come una persona che sta pagando una lezione.

Loro ridono, mi fanno domande, io rispondo a metà. Uno di loro mi dice che qui è normale: i furti succedono, il contante serve, il segnale non c’è, e se vuoi tornare in città devi beccare la navetta giusta all’orario giusto, che non è scritto da nessuna parte ma “si sa”.

A quel punto succede la parte peggiore: mi rendo conto che la mia unica speranza è arrivare a Katowice e da lì provare a risolvere tutto: denuncia, banca, blocco carte, documenti, treno per Cracovia (se riesco). Quindi mi serve un passaggio fino alla navetta. La navetta si paga in contanti. Io non ho contanti. Loro sì.

E qui entra il baratto. Il baratto umiliante. Il baratto europeo.

Io inizio a offrire roba tipo una felpa, il mio k-way, una powerbank (che ovviamente, senza corrente, diventa un fermacarte) e perfino un paio di occhiali da sole che non mi stavano bene ma “per emergenza”, si sa mai.

Alla fine uno di loro mette i soldi per la navetta e io, come una che ha appena firmato un trattato internazionale, prometto che appena torno in città gli faccio un bonifico. Lui annuisce come se avesse sentito questa promessa cento volte. Probabilmente sì.

Il problema è che “tornare in città” non è un concetto stabile, lì. La navetta arriva quando arriva. La fila è una massa. Io sono senza documenti e senza niente e mi sale l’ansia che mi dicano “tu no”. Nessuno controlla niente, per fortuna. Saliamo su un altro furgone che puzza di birra e plastica calda e parte.

Quando finalmente rivedo luci, strade, edifici, mi viene quasi da baciare un marciapiede.

A Katowice ritrovo il segnale come una benedizione ridicola: tre tacche. Il telefono riprende vita e inizia a scaricare notifiche tutte insieme, come se avessi perso solo mezz’ora e non un pezzo di esistenza.

Chiamo la banca: “per bloccare la carta, prema 1”.
Premo 1.
“Le invieremo un codice OTP via SMS.”
Arriva? No.
Perché quando la tua giornata decide di romperti, non lo fa a metà.

Vado in un internet café (sì, esistono ancora, e sì, ci finisci quando sei disperata), provo dal sito. Mi chiedono un documento. Io non ho documenti.
Vado alla polizia a fare denuncia. Mi chiedono un documento. Io non ho documenti.
Inizio a spiegare tutto con quella faccia di una che ha fatto una cazzata e ora deve anche recitarla bene.

Alla fine mi fanno la denuncia lo stesso con mille passaggi, io blocco le carte dopo un’ora e mezza di telefonate, e quando guardo l’orario mi accorgo che il check-in era fino alle 22. Sono le 22 passate. Io sono a Katowice in una stazione dove tutto chiude e ho addosso polvere di festival e crauti.

Ma le buone anime dell’ostello mi aspettano.

Quando arrivo a Cracovia, davanti all’ostello, mi guardo nello specchio del bagno e ringrazio di esserci arrivata sana e salva.
Da quel momento ho sempre contanti nascosti in tre punti diversi.