Finalmente arrivano le ferie. Decidiamo di andare a Malta.
La vacanza comincia così: noi, famiglia felice, aeroporto, tre bagagli, due bambini e un passeggino che – giuro – era l’unica cosa che mi faceva sentire una persona adulta e non una figura mitologica che trascina cuccioli urlanti nel mondo.
Avevamo scelto quello “super compatto da cabina”, quello che si chiude con una mano sola.
Arriviamo al check-in con l’aria di chi viaggia spesso (cioè: con l’ansia e l’alito di caffè). Io, ligia, consegno il passeggino al gate perché “tanto lo ritiri appena scesi”. Me lo dicono sempre. “Appena scesi”. È un’espressione poetica, come “per sempre” e “solo un attimo”.
L’addetta mi sorride:
“Lo lasci qui, signora.”
E indica una specie di pila di passeggini che sembra il parcheggio di un centro commerciale in miniatura.
Io lo piego. Male. Lo ripiego. Peggio. Lo chiudo con un colpo secco come se stessi sigillando un sarcofago. E lo affido a loro con lo stesso sguardo con cui consegni tuo figlio al primo giorno d’asilo.
Al gate ci chiamano: “Signori con bambini, boarding.”
E io mi gaso: “Guarda, siamo rispettati.”
Due minuti dopo stiamo già correndo come se stessimo scappando da un incendio, perché ovviamente il la priority + imbarco diretto è per salire prima… e sedersi ad aspettare altri trenta minuti in un tubo metallico con aria riciclata e un bambino che ha deciso che oggi è il suo debutto da tenore.
Scendiamo dall’aereo. Tutti. Interi. Un miracolo.
Andiamo al punto ritiro passeggini, quello lì, dove si formano famiglie con lo sguardo spento che fissano un nastro vuoto.
Arrivano: un passeggino rosso, un passeggino blu, un passeggino che sembra un’astronave.
Il nostro no.
Aspettiamo. Arriva un monopattino. Una sedia a rotelle. Un seggiolino auto in solitaria, come un animale smarrito.
Io faccio la cosa più umana: inizio a contrattare con il destino.
“Se arriva adesso giuro che non mi lamento mai più di nulla.”
Il destino, ride.
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