Catania, Sicilia. Vacanza bella, villa in affitto, figli che corrono felici, mariti che per una volta sembrano pure rilassati. E poi c’è lei: l’amica vegana. Quella che, giustamente, per una sera decide il ristorante. “Andiamo in un posto vegano, così mangio anch’io senza ansia.”
E noi: “Certo! Che carino! Che civile!”
Entriamo nel ristorante vegano con l’energia delle famiglie in vacanza: sorrisi, bambini che già fanno parkour tra i tavoli, papà che sfogliano il menu cercando la parola “porzione”. Noi mamme invece (quattro, tutte insieme) facciamo la cosa più pericolosa che si possa fare in gruppo: ordinare lo stesso identico piatto.
Peperoni ripieni. Funghi e riso. Un piatto che sulla carta sembra una carezza della natura. Tipo: “ti voglio bene, ti nutro, ti purifico”.
I bambini prendono pasta (perché i bambini sono saggi). I papà ordinano altro, cose diverse, vive, con personalità. Noi mamme invece: peperone ripieno squad.
Mangiamo. Tutto buono. Nessun campanello d’allarme. Nessun presagio. Nessuna musica di sottofondo che dica “scappa”.
Poi gelato. Perché la vacanza è vacanza e perché l’Italia ti illude sempre fino all’ultimo: “tranquilla, qui si mangia bene, qui sei al sicuro”.
I bambini corrono in piazza. Una scena da cartolina. E proprio lì, in mezzo alla bellezza, accade la trasformazione.
La prima mamma si blocca. Sbianca. Fa quella faccia da “scusate, torno subito” ma con gli occhi di chi ha visto l’aldilà e l’aldilà le ha detto “seguimi”.
La seconda la guarda e capisce immediatamente, perché tra mamme ci si riconosce anche quando sta per esplodere l’apocalisse gastrointestinale.
La terza prova ancora a negare.
Io sono l’ultima. Io sono quella che pensa: “Ma no, figurati. Sarà il caldo. Sarà lo stress. Sarà la vita.”
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