Ogni giorno chiediamo.
“È arrivato?”
“No, ma è in transito.”
Transito dove? A Las Vegas? A Reykjavik?

A un certo punto, mentre facciamo colazione, ci arriva una notifica nuova:
“Consegnato.”

Io scatto in piedi come se avessi sentito “gratis”.
“CONSEGNATO DOVE?”

Scendiamo alla reception, pronti a riabbracciarlo.

La receptionist ci porge… un passeggino.
Non il nostro.

È identico. Ma ha un porta bicchiere. Noi non abbiamo il porta bicchiere.
E dentro c’è ancora un calzino minuscolo che non è dei nostri figli.

Io guardo il passeggino, poi guardo il calzino, poi guardo mio marito come se avesse tradito la patria.

“Scusi… questo non è nostro.”
Lei: “Ah. Allora… ritiro.”
E lo porta via come se stesse togliendo un vassoio sbagliato.

A quel punto io realizzo che il passeggino ha una vita sociale più intensa della mia: si scambia, viaggia, frequenta aeroporti, stringe amicizie.

Noi invece siamo lì, con l’influenza che ci insegue e un carrello posseduto a noleggio.

Rientriamo dalle vacanze stanchi, abbronzati a chiazze, con la valigia che sa di mare e un raffreddore che sa di vendetta.

Appena mettiamo piede in casa, suona il campanello.

Corriere.

Io penso: “Non ho ordinato niente.”
Lui: “Firma qui.”

E lì, davanti a me, come un figlio prodigo… il nostro passeggino.

Pulito. Intatto. Perfetto.
Ha viaggiato più di noi, non ha tossito, non ha fatto febbre, non ha litigato con nessuno.

Io lo fisso come si fissa una persona che ti ha ghostato e poi torna con un “Ehi” tre mesi dopo.

Mio marito: “Vedi? È arrivato.”
Io: “Sì. A casa. Che è esattamente dove sarebbe dovuto stare dall’inizio.”

E in quel momento il bambino grande, guarito ma ancora drammatico, dice la frase finale che chiude la tragedia:

“Possiamo rifare una vacanza senza aeroporti?”

E io, con lo sguardo di chi ha visto l’inferno e aveva le infradito:
“Sì. La prossima volta andiamo in vacanza in corridoio. E il passeggino lo mando in aereo da solo, che tanto se la cava meglio.”